Torino organizza Forum finanza islamica: punta a essere 'hub' Sud Europa

Di Lorenzo Allegrini

Torino, 15 nov. (LaPresse) - Uno smalto che si può usare anche nel periodo del Ramadan perché fa permeare l'acqua che viene così a contatto con le unghie, come prescrive la pratica religiosa. "Con questo prodotto, andato a ruba tra le donne islamiche, il chimico polacco Wojciech Inglot, fondatore di Inglot Cosmetics, diventò miliardario", racconta Gianmarco Montanari, City Manager di Torino, che con questo spirito, quello di presentare alle imprese una porzione di mercato ancora poco sfruttata, ha lavorato per lanciare a Torino il 'Turin Islamic Ecomic Forum' (Tief) 2014, "il primo forum di questo tipo messo in piedi da un'istituzione fuori dai Paesi prettamente arabi". L'evento, organizzato da Comune, Camera di Commercio e Università di Torino, con i main partner Intesa Sanpaolo e Tecnoholding, punta a fare del capoluogo piemontese un vero e proprio 'hub' della finanza islamica.

Il 17 e 18 novembre si confronteranno sul tema oltre 20 speaker, a.d. e direttori generali da tutto il mondo, per "presentare le opportunità per chi offre servizi e prodotti per quella parte di popolazione musulmana che segue certe regole", spiega Montanari. Finanza islamica e attività economiche legate all'Islam, come cibo, cosmesi, turismo e moda, valgono attualmente il 15-20% del Pil mondiale e sono in continua crescita. L'iniziativa, sottolinea il City Manager, "servirà a presentare Torino, a livello internazionale, come una piazza che, conoscendo le regole della finanza islamica, può essere appetibile per gli investimenti".

Montanari ricorda "il caso esemplare" di Petronas, la Eni della Malesia, che ha rilevato nel torinese ex stabilimenti di Magneti Marelli "realizzando il più grande investimento estero nel Nord-Ovest degli ultimi anni" e che "sta ancora investendo e assumendo gente, perché ha acquisito il know-how e ora lo rafforza qua". Al Forum, tra gli altri, interverranno anche esponenti della malese World Islamic Economic Forum Foundation (Wief), fondazione attiva nel promuovere la finanza islamica dal 2004 e che annualmente organizza un Forum economico del mondo islamico che nel 2014 si è tenuto a Dubai e l'anno scorso in Europa, a Londra. La Gran Bretagna, con la benedizione del premier David Cameron, è stato il primo Paese occidentale, a ottobre 2013, a emettere un bond conforme alla sharia, il cosiddetto 'Sukuk', per 200 milioni di sterline, seguita poi dal Lussemburgo che ha emesso un'obbligazione da 200 milioni di euro.

"Noi - precisa Montanari - vogliamo vendere al mondo Torino come un punto di riferimento per gli investimenti islamici almeno nell'Europa del Sud. Con Londra e Benelux che fanno grandi emissioni è difficile competere, ma noi abbiamo il grande vantaggio di affacciarci sul Mediterraneo e di poterci proporre come ponte tra Malesia e Paesi del Golfo, che hanno molti soldi da investire, e Paesi del Nord Africa".

Il City Manager ci tiene tuttavia a sottolineare che se ad alcune imprese italiane venisse l'idea - come al chimico polacco morto l'anno scorso all'età di 57 anni - di fare prodotti per i consumatori islamici, "basterebbe vendere in Europa: se si mettono insieme tutti i musulmani nel Continente si ottiene la terza nazione e solo in Italia i praticanti sfiorano ormai i 2 milioni di persone".

La stessa opportunità vale per le banche. Montanari, che viene proprio dal mondo bancario, evidenzia che "secondo le più recenti stime al ribasso i risparmi dei musulmani in Italia sono pari a 5 miliardi di euro". Ma a quali regole dovrebbero adeguarsi le imprese? "Sul lato bancario - spiega ancora il City Manager - significa soltanto non poter applicare interessi e non investire in attività non conformi alla morale, come droga, alcol, armi e così via. Sul lato produttivo dipende, ad esempio è diverso si tratta di 'food' o 'fashion', ma le regole da applicare sono molto semplici".

Per Montanari i vantaggi sono molteplici. "Le nostre imprese non sono tedesche - dichiara - molti imprenditori hanno saputo internazionalizzare, ma per molti altri l'unico vantaggio competitivo può essere differenziarsi rispetto al resto del mondo". Per spiegare i cambiamenti in atto il City Manager cita il caso di Nestlè, che su circa 500 stabilimenti globali ne conta 290 'shariah compliant'. "Lo scopo del forum - chiosa Montanari - è solo economico. La finanza islamica è una finanza sana, che non ammette derivati e che deve essere legata alla produzione. Le banche non chiedono garanzie per i prestiti e questo vale sia per i kebabbari sia per le multinazionali. Costruiscono un sistema che permette all'istituto di credito di diventare partner dell'impresa e di contribuire al business plan, così l'azienda sta più facilmente in piedi".

In pratica, le banche italiane potrebbero differenziare l'offerta di prestiti indirizzando prodotti 'islamici' anche a pmi italiane, in una fase difficile come quella attuale, caratterizzata da un aumento delle sofferenze e dal protrarsi del credit crunch. "Non c'è alcun rischio legato alla finanza islamica - dichiara ancora Montanari - anzi un suo sviluppo farebbe emergere quel nero che si crea nel momento in cui i clienti musulmani non trovano finanziamenti che rispettano i loro principi. Non si avrebbero più scuse per ricorrere al sommerso e ne guadagnerebbe la legalità". Alla due giorni del Tief 2014, fra gli altri, parteciperanno Eni, Fondo Strategico Italiano e Licia Mattioli, ai vertici di Confindustria e presidente del Comitato tecnico per l'internazionalizzazione e gli investimenti esteri.

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