Manovra, Di Maio attacca Draghi: "Avvelena il clima, dovrebbe tifare per l'Italia". Juncker tenta la carta Conte

Nello scontro tra Roma e Bruxelles viene tirato in mezzo anche il presidente della Bce

Lo scontro tra Roma e l'Europa sulla manovra 'del popolo' ormai è totale. Non si fanno ostaggi e non esistono zone franche, nella 'guerra' tra il governo italiano e le istituzioni continentali: il bombardamento è quotidiano, incessante. Nessuno può prevedere da dove partirà il primo colpo, ma ogni volta centra l'obiettivo, fa danni e provoca una reazione sempre più dura. A usare l'artiglieria pesante stavolta è il vicepremier, Luigi Di Maio, che mette a fuoco nel mirino il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi: "Siamo in un momento in cui bisogna rifare l'Italia e mi meraviglia che un italiano, che è stato anche un punto di riferimento per anni a capo della Bce, si metta ad avvelenare il clima ulteriormente".

Il capo politico del Movimento 5 Stelle non ha mandato giù la bocciatura del numero uno di Francoforte. "Stiamo provando a fare qualcosa che non era mai stata fatta prima: togliamo alle banche e alle assicurazioni, che hanno avuto tanto negli ultimi anni, per dare finalmente ai cittadini, che non hanno avuto mai nulla", spiega. Di Maio non vuole 'tappare la bocca' di Draghi, "può dire quello che vuole, non sono certo io a stabilire cosa può o non può dire il presidente della Bce", ma si avverte la delusione di chi si aspettava un minimo di sostegno all'azione del suo governo. Anche solo per amor patrio. Così non è stato, e le opposizioni hanno approfittato del nuovo scambio di fuoco per saltare al collo del vicepremier: da Pd a Forza Italia, tutti sembrano concordare sull'avventatezza di Di Maio nell'attaccare Draghi.

Il ruolo che riveste oggi, comunque, impone all'ex governatore della Banca d'Italia, di avere una posizione super partes. E infatti interpreta alla lettera le prerogative del suo mandato: "Stimiamo che il tasso di crescita dei prestiti bancari alle imprese nell'area euro sarebbe di più di un terzo inferiore, oggi, senza il nostro pacchetto di misure di facilitazione del credito". Il presidente della Bce sembra rispondere al ministro per gli Affari europei, Paolo Savona, il quale vorrebbe appoggiare sulle spalle della Bce il peso di una eventuale, nuova sofferenza del sistema bancario, qualora lo spread non accennasse a scendere sotto i livelli di guardia. Draghi si leva anche i sassolini dalle scarpe: "I tassi che le banche fanno pagare alle aziende per prestare loro denaro sarebbero del 50% più alti".

Intanto il commissario europeo, Pierre Moscovici, lancia segnali all'Italia, facendo sapere che l'Ue intende continuare il dialogo "in modo costruttivo" con il ministro dell'Economia, Giovanni Tria, nonostante gli annunci di Matteo Salvini e Di Maio di non voler modificare la manovra. Già, perché il segretario leghista ribadisce per la milionesima volta che "non torneremo indietro di mezzo millimetro". Così il politico francese prova a strizzare l'occhio direttamente ai cittadini, con un messaggio su Twitter, 'addolcita' dalla emoticon del cuore: "Grazie a tutti gli italiani che hanno reagito all'atto di Angelo Ciocca", l'eurodeputato della Lega che ha imbrattato le carte del titolare Ue agli Affari economici, dopo una conferenza stampa. "In democrazia la violenza, seppur simbolica, non è tollerabile nei Parlamenti e in qualsiasi altro luogo. Possiamo discutere, non essere d'accordo, ma nel rispetto delle persone e delle istituzioni", ha sostenuto Moscovici, che aspetta "entro il 13 novembre un documento programmatico di bilancio dall'Italia più conforme alle regole", ma è pronto anche ad "esplorare altre vie per ridurre il debito pubblico", se Roma rispondesse nuovamente picche.

Di sicuro i tentativi di interlocuzione tra esecutivo giallo-verde e Bruxelles proseguiranno. "Faremo altre domande" sulla manovra "nei prossimi giorni", promette il presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker. Che nelle prossime settimane incontrerà ancora il premier Conte per "parlare". Anche se finora le sirene europee non hanno mai scalfito le granitiche convinzioni di M5S e Lega. Nonostante la spinta mortifera dello spread.

 

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