L'INTERVISTA Romiti: Più coraggio verso Cina che investe in Ue, non è conquistatore

di Laura Carcano

Roma, 12 nov. (LaPresse) - 'L'annuncio di Obama da Pechino di voler creare delle relazioni Cina-Stati Uniti di un livello superiore a quello attuale rappresenta un fatto importantissimo per il mondo intero, in particolare per questa Europa sbiadita, depressa, con molti problemi, assediata fra l'altro da guerre anche gravi nei Paesi che la circondano. La possibilità che Cina e Stati Uniti inizino a intraprendere un'era di relazioni diverse è un bene per tutti. E mi auguro che dalle dichiarazioni si passi poi alla realizzazione concreta di quanto emerso'. Sono le parole di Cesare Romiti, di chi dall'Italia ha un punto di osservazione privilegiato su Pechino, dove il presidente Cinese Xi Jinping ha avuto in queste ore colloqui con il presidente degli Stati Uniti Barack Obama, nei quali è stato raggiunto anche uno storico accordo tra Usa e Cina per la riduzione dei gas serra e dove i leader si sono riuniti per la conferenza Apec, l'Asia-Pacific Economic Cooperation summit.

Romiti ricopre il ruolo di presidente della Fondazione Italia Cina, nata a Milano nel 2003, per promuovere scambi economici, politici e culturali fra i due Paesi, proprio per volontà dall'ex manager Fiat ed Rcs, classe 1923, intervistato da LaPresse. La Fondazione si propone in particolare di incrementare lo scambio di idee, persone, beni e servizi e capitali fra Italia e Cina, assiste gli operatori italiani attraverso attività formative e di consulenza, attivandosi con le autorità dei due Paesi per promuovere un migliore contesto economico per le imprese italiane in Cina e un ambiente più ricettivo per quelle cinesi in Italia. La Fondazione ha fra i propri soci ministeri, Regioni, istituzioni, le più importanti imprese e istituti di credito e l'associazione che riunisce le multinazionali cinesi che hanno investito in Italia.

C'è chi però in Europa e quindi anche in Italia vede con paura il modo in cui la Cina con i suoi capitali guarda al mondo. Come valuta questo timore di un neoimperialismo da parte di Pechino?

Se si guarda cosa i cinesi hanno fatto in Africa si può capire quale sia la loro mentalità. Non mi pare sia un modo di agire completamente analogo a quello del vecchio colonialismo europeo. I cinesi non sono in Africa o in America Latina per conquistarle: nelle loro intenzioni e - credo - anche nella realtà, il loro atteggiamento non è quello delle vecchie potenze coloniali che volevano conquistare e impiantarsi in quelle aree. Certo oltre a stabilire relazioni culturali e diplomatiche c'è un aspetto di business, legato ad un interesse pragmatico e orientato agli approvvigionamenti di risorse naturali e materie prime, e alla creazione di uno sbocco verso nuovi mercati emergenti per investimenti e commerci, così come per la forza lavoro in eccesso.

Noi europei e noi italiani dovremmo però guardarci davanti allo specchio e negli occhi, con lo sguardo rivolto anche alla nostra storia, a quando eravamo i primi nel mondo, e dovremmo riflettere su come siamo ridotti oggi. Avere paura di ciò che può arrivare da un Paese come la Cina è contro la realtà oggettiva, ci vuole una visione più aperta. Non ci sono solo rapporti di forza. Non credo sia fondato il timore di una volontà di conquista da parte della Cina nei confronti dell'Europa e dell'Italia. La Cina ha bisogno di sviluppare tecnologie più avanzate che l'Europa può fornire, come la Germania ha già fatto in quel Paese.


Dagli incontri a Pechino è arrivato una intesa fra Washington e la Cina per togliere i dazi a decine di categorie di prodotti hi-tech ed elettronici. E la Cina, esclusa dalla TransPacific Partnership, l'organizzazione commerciale voluta da Obama, ha convinto molti Stati Apec ad aderire alla Free Trade Association, progetto che compete con quello degli Usa. Come vanno letti questi segnali?

La Cina è affamata di beni ad alto contenuto tecnologico e cerca di attirarli. Gli europei e gli italiani spesso vedono nei cinesi solo chi compie attività di contraffazione delle merci e dei beni: aspetto che esiste, ma che è appunto solo un aspetto (considerando poi che anche in Italia c'è chi si comporta così). Quello che ci vuole in realtà è una dose superiore di coraggio nel guardare alla Cina.


Cosa hanno in comune Cina e Italia?

Visito la Cina da oltre 40 anni, e in particolare in questi ultimi 10-15 anni per la Fondazione Italia Cina. Ho incontrato diversi capi di Stato cinesi, e tutti hanno sempre sottolineato che la Cina e l'Italia - culla di una civiltà, quella greco-romana, millenaria come quella cinese - sono i due Paesi che hanno alle spalle il maggior numero di secoli di cultura rispetto a qualsiasi altro Paese, e che questi due Stati per questa ragione non possono che avere ottime relazioni. La Cina è infinitamente più grande dell'Italia, ma nonostante questo per i cinesi il nostro Paese è certamente meta di grande attrazione. In Cina ci guardano però anche con una certa preoccupazione vedendo le nostre difficoltà, ma nonostante questo continuano a manifestare la loro vicinanza, come dimostra anche la forte crescita degli investimenti cinesi nel nostro Paese. La realtà è che siamo noi italiani che a volte non capiamo l'importanza dell'attenzione che la Cina ha verso di noi.

Cosa fa la Fondazione Italia Cina?

Noi siamo gli interlocutori non statali per il governo cinese, che quando ha bisogno di qualcosa si rivolge a noi. La mission principale della Fondazione è quella di supportare le imprese italiane nel loro approccio con il mercato cinese e con la Cina, e nello stesso tempo le aziende cinesi nell'investire nel nostro Paese, aiutando a indirizzare e coordinare le attività strategiche e commerciali verso il mercato cinese.

In particolare che attività svolge la Fondazione per le aziende italiane che vogliono fare affari in Cina e con la Cina?

La Fondazione ha al suo interno una Scuola di Formazione che offre dai corsi di lingua per i manager alla formazione in-house sulle dinamiche del mercato. Inoltre, nel 2010 è stato costituito il Centro Studi per l'Impresa (CeSIF), centro di informazione e d'aggiornamento statistico-economico che pubblica un Rapporto annuale e la rivista Mondo Cinese, l'unica italiana di studi sulla Cina contemporanea. Sei anni fa abbiamo anche creato il progetto Uni-Italia per attrarre studenti cinesi in Italia: allora i giovani che dalla Cina venivano nelle Università italiane non erano nemmeno mille, e ora sono oltre diecimila e stanno crescendo.

Per le imprese vi sono attività di networking e servizi come consulenza, ricerche di mercato e missioni in Cina. Le nostre Pmi italiane trovano difficoltà in Cina per la lingua e la distanza: hanno bisogno di aiuto per capire questa grande Cina, ed è ciò che noi facciamo, aiutandole a trovare i partner cinesi. Le nostre aziende prima pensavano che convenisse andare in Cina a produrre per esportare a prezzi più bassi, poi si sono accorte che la grande ricchezza cinese è l'enorme mercato interno, ancora in parte non sfruttato, soprattutto in certe province o città di seconda/terza fascia, piene di opportunità. L'approccio non è facile, ma le cose stanno cambiando: solo dieci anni fa, ogni volta che partivo per la Cina venivo guardato come uno che andava sulla luna.

Su cosa deve puntare l'Italia per penetrare nel mercato cinese?

Non è semplice per un imprenditore italiano affrontare il mercato cinese, e lo stesso si potrebbe dire per le aziende cinesi che si avvicinano al nostro mercato. I principali ostacoli allo sviluppo delle relazioni commerciali con la Cina sono in generale la scarsa conoscenza degli strumenti per l'internazionalizzazione. La Fondazione è nata proprio per favorire il coordinamento delle varie iniziative nei confronti della Cina, tra il settore pubblico e quello privato. Oltre a questo, sicuramente il made in Italy è il miglior ambasciatore dell'Italia in Cina, e il nostro grande passato culturale si riflette nella bellezza del prodotto italiano. Ma non c'è solo questo: noi siamo molto attivi nella produzione di macchinari tecnici. Ci sono anche i servizi e il turismo su cui bisogna lavorare di più: i cinesi prima viaggiavano solo nel sud est asiatico, mentre ora cresce molto il turismo in Europa.

Expo 2015 che occasione rappresenta?

L'anno prossimo in Italia avremo con Expo un punto di attrazione fortissimo per il turismo cinese. Come Fondazione stiamo collaborando con gli aeroporti di Malpensa, Linate e Fiumicino: oggi negli scali ci sono indicazioni in cinese, e abbiamo formato il personale in modo da accogliere al meglio i turisti dalla Cina che spesso parlano solo cinese.

Romiti e la Cina, quale è la storia di questo rapporto con il Dragone?

La prima volta ci andai per la Fiat negli anni'70. E poi negli anni'80 decidemmo di stringere con i cinesi una joint venture per la produzione a Nanchino di autobus e autocarri leggeri, in una fabbrica che è ancora in attività. Mi piace ancora ricordare quando come Fiat invitammo in Piemonte un migliaio di cinesi di Nanchino, per formarli e poi costruire uno stabilimento in quella città. L'operazione fu per me esemplare ed è un investimento ancora oggi ricordato con piacere dal governo cinese. E non dimentico neppure quando gli operai cinesi ci salutavano in italiano: imparare anche solo qualche parola nella nostra lingua era una gradita dimostrazione di rispetto e amicizia. Io da loro ho certamente imparato l'organizzazione nel lavoro.

Quale errore non bisogna commettere quando si fanno affari con i cinesi?

I cinesi nei pregi e nei difetti somigliano molto agli italiani, e questa empatia verso di noi la esprimono anche nei rapporti commerciali, culturali e di business. Non bisogna credere al fatto che i cinesi non sono corretti, e bisogna esserlo sempre noi con loro. Occorre far capire all'interlocutore cinese che non lo si vuole ingannare per nessun motivo, e al tempo stesso che gli si chiede in cambio qualcosa.

Investimenti a nove zeri da parte di Pechino quest'anno nel Belpaese. People Bank of China ha acquistato partecipazioni intorno al 2% in Fiat, in Telecom Italia, Generali e Prysmian. Prima era toccato a Eni e Enel. Poi l'entrata con il 2% in Mediobanca. È solo shopping della finanza cinese o una scommessa sull'Italia? Cosa aspettarsi dalla presenza economica di Pechino nel nostro Paese?

Oggi la Cina è il più grande investitore alla Borsa di Milano: se si sommano tutte queste partecipazioni nessuno ha investito in Italia quanto i cinesi. Ormai sono entrati con partecipazioni minoritarie nelle principali grandi realtà economiche italiane. La Cina oggi ha una posizione favorevole non solo nei confronti dell'Italia ma verso il mondo occidentale in generale: a differenza di molti grandi Paesi hanno un grande surplus finanziario e sono in grado di fare delle imponenti operazioni in campo finanziario. E verso l'Italia i cinesi vogliono proprio fare questo. Prima o poi l'Italia riuscirà a creare dei canali, dei fondi di investimento. Quello a cui loro pensano sono le piccole e medie aziende: in Cina ci sono i grandi colossi finanziari, ma la struttura di produzione cinese è fatta da piccole e medie imprese. Le maggiori banche cinesi che sono qui in Italia mostrano interesse per le nostre Pmi, e questa è una occasione da sfruttare.

Il prossimo appuntamento della Fondazione Italia Cina?

I China Awards, una premiazione annuale delle aziende italiane che meglio hanno colto le opportunità del mercato cinese e delle imprese cinesi che meglio hanno colto quelle del mercato italiano. La Cena di gala durante la quale verranno conferiti i premi avrà luogo a Milano il 27 novembre prossimo. I proventi saranno destinati a Lifeline Express, un'organizzazione no-profit che offre cure ed operazioni chirurgiche gratuite, grazie a treni-ospedale che si muovono nelle aree più povere della Cina. Dare visibilità ai casi di successo sara' occasione per riportare fiducia al nostro Paese, per condividere strategie vincenti ed incoraggiare una reazione proattiva nei confronti della sfida cinese.

© Copyright LaPresse - Riproduzione Riservata