L'incerto futuro della Apple

di Fabio De Ponte
autore di "La mela bacata. Le contraddizioni del sogno di Steve Jobs", Editori Internazionali Riuniti.

Torino, 6 ott. (LaPresse) - La morte di Steve Jobs apre uno scenario incerto sul futuro della Apple. L'evento non ha preso di sorpresa l'azienda, né gli analisti e gli investitori, visto che dal 2004 l'uomo che ha fondato la casa di Cupertino aveva lasciato il suo posto al comando tre volte, l'ultima arrivando alle dimissioni, sempre per i suoi noti problemi di salute. Quando il 25 agosto ha lasciato la guida della società definitivamente, affermando di non essere più in grado di "svolgere i miei doveri e compiti", era chiaro che le sue condizioni dovevano essere arrivate a un punto di non ritorno. Era un guerriero che non si arrendeva mai. Per rinunciare alla guida della società doveva davvero non essere più fisicamente in grado di farlo.

Ora si apre una fase nuova. La Apple dovrà sopravvivere al suo profeta, la guida carismatica che l'ha resa quello che è oggi. Steve Jobs è davvero insostituibile? Questa è la domanda che si fanno gli investitori. Per capire quanto vale la sua attività per l'azienda, Barron's, un periodico on line del gruppo del Wall Street Journal, aveva stimato a marzo 2010 il suo apporto in termini di capitalizzazione. Dall'analisi era venuto fuori che Jobs varrebbe 25 miliardi di dollari. Una cifra esorbitante, che va però pur sempre raffrontata al valore complessivo dell'azienda, che ha una capitalizzazione di circa 320 miliardi. Insomma gli analisti stimano che la scomparsa di Jobs potrebbe trasformarsi ora in un ridimensionamento della Apple del 7%. Una stima che per gli investitori potrebbe suonare tutto sommato abbastanza rassicurante.

Ma la questione non si può liquidare solo con i numeri. Il punto è che nel 1997, quando Jobs tornò alla Apple dopo esserne rimasto fuori per più di dieci anni, trovò una società sull'orlo del fallimento, che produceva computer uguali a quelli di tutti gli altri e avea dilapidato quasi del tutto il suo valore più grande, il suo marchio distintivo: quel suo essere differente, con l'innovativa interfaccia grafica e il suo approccio umanistico che aveva fatto la sua fortuna nei primi anni.

Tornato alle redini della società Jobs ha puntato di nuovo tutto su quello: pochi modelli dal design inconfondibile, che coccolano l'utente con una semplicità d'uso e una pulizia grafica maniacale. C'è un episodio raccontato recentemente da Vic Gundotra, un manager di Google, che avvenne nel gennaio 2008. "Una domenica mattina - racconta - il mio cellulare vibrò mentre stavo partecipando a una funzione religiosa. Il chiamante era sconosciuto, perciò ignorai la chiamata". Arrivò un sms. Era Steve Jobs: "Vic, puoi chiamarmi a casa? Ho una cosa urgente da discutere". Gundotra era responsabile di tutti i servizi mobili di Google e si trovava perciò a lavorare frequentemente con Jobs.

In apprensione, Gundotra lo richiamò pensando cosa poteva essere così urgente da spingere Jobs a farsi chiamare a casa la domenica mattina.
E ottenne questa risposta: "Allora Vic, abbiamo una questione urgente, che dobbiamo risolvere al volo. Ho già assegnato qualcuno del mio team per aiutarti, e spero che si possa risolvere domani. Ho guardato il logo di Google sull'iPhone e non sono soddisfatto dell'icona. La seconda 'O' di Google non ha il giusto gradiente giallo. E' proprio sbagliato, Greg lo sistemerà domani. Va bene per te?". "Alla fine quando penso alla leadership - conclude Gundotra - alla passione e all'attenzione al dettaglio, ripenso a quella chiamata ricevuta da Jobs una domenica mattina. E' una lezione che non dimenticherò mai. Gli amministratori delegati devono preoccuparsi dei dettagli. Anche le ombre del giallo. Di domenica". Un tipo di attenzione che ha il suo rovescio della medaglia. Una biografia di Alan Deutschman uscita nel 2001, The Second Coming of Steve Jobs, racconta che il grande capo della Mela "faceva pressione particolarmente sugli alti livelli. Tormentò Heidi Roizen con telefonate costanti al suo telefono dell'ufficio, di casa, al cellulare e al cercapersone, iniziando dalle sette del mattino, praticamente ogni giorno. Lei era così innervosita dai suoi interrogatori e dalle sue frequenti tirate che decise che il solo modo di preservare la propria salute mentale era ignorare le sue chiamate.

Cercò di comunicare con lui solo attraverso le email, che le permettevano di considerare le questioni con calma e razionalità, senza essere travolta dalla forza irresistibile della sua presenza.
Heidi parlò con Bill Campbell, che Steve aveva fatto entrare nel consiglio di amministrazione. Bill era un ragazzone buono, ex allenatore della squadra di football del college, ma confessò che anche lui era innervosito dalle continue chiamate di Steve. 'Fai quello che faccio io', gli disse lei: 'Non rispondere al telefono'. 'È quello che ha detto anche mia moglie', rispose lui. 'Ho provato. Ma poi Steve viene a casa mia direttamente. Vive solo a tre isolati di distanza'". Un atteggiamento confermato anche da Robert Sutton, professore di scienze del management all'università di Stanford, in "costruire un posto di lavoro civilizzato e sopravvivere a uno che non lo è", un libro uscito nel 2007: "Il livello al quale le persone nella Silicon Valley - spiega - sono spaventate da Jobs è incredibile".

Questo misto di amore, tensione e maniacalismo è l'essenza stessa del lavoro di Jobs. Un uomo così potrà davvero un erede? Una persona lucida e visionaria allo stesso tempo, in grado di indirizzare la società verso i prodotti giusti e fare in modo che siano realizzati al meglio? Non è difficile dirlo, semplicemente è impossibile. Occorrerà del tempo per saperlo e fino ad allora gli investitori non potranno che restare col fiato sospeso.

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