Jobs Act, Consulta boccia il criterio per determinare le indennità di licenziamento

La previsione di un'indennità crescente in ragione della sola anzianità di servizio del lavoratore è, secondo la Corte, contraria ai principi di ragionevolezza e di uguaglianza

È "illegittimo" il criterio di determinazione dell'indennità che spetta al lavoratore ingiustificatamente licenziato introdotto con il Jobs Act. Lo ha stabilito la Corte Costituzionale sottolineando che non è bastata la modifica dell'impianto fatta dal decreto Dignità varato dal governo Lega-M5s.

La norma Di Maio ha ritoccato il minimo e il massimo degli indennizzi ma non il meccanismo di determinazione che è rimasto legato all'anzianità di servizio. Secondo i giudici, la previsione di un'indennità crescente in ragione della sola anzianità di servizio del lavoratore è contraria ai principi di ragionevolezza e di uguaglianza e contrasta con il diritto e la tutela del lavoro sanciti dagli articoli 4 e 35 della Costituzione.

Il Jobs act varato dal governo Renzi prevedeva che l'indennizzo al lavoratore ingiustamente licenziato venisse calcolato sulla base dell'anzianità: due mensilità di indennizzo per ogni anno trascorso al lavoro. Le ultime modifiche introdotte dal governo Conte hanno stabilito che questo indennizzo debba essere pari a un minimo di sei mensilità e possa arrivare a un massimo di 36.

Luigi Di Maio esulta ritenendo che la decisione della Corte Costituzionale sia un inizio per "smontare il Jobs act" e di dice anche sicuro che si tornerà "all'epoca pre jobs act che ha tolto un sacco di diritti". E annuncia: "Siamo al lavoro per assicurare le idonee tutele ai lavoratori che nei prossimi giorni si troveranno in difficoltà perché il partito che li doveva difendere è quello che con il jobs act ha eliminato i loro diritti e tutele". 'Benedice' la decisione anche il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso che parla di decisione "importante e positiva".

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