Ilo, occupazione: in Europa possibili 2,1 milioni di posti di lavoro in più con il piano Juncker
(Finanza.com)
 
Oltre due milioni di nuovi posti di lavoro in più potrebbero essere creati nell'Unione europea entro la metà del 2018. A dirlo è l'International Labour Organization in un report dal titolo "Una strategia di investimento orientata all'occupazione per l'Europa”. Lo studio parte dal piano triennale proposto dal presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker che prevede investimenti, pubblici e privati, per 315 miliardi di euro e "il cui funzionamento dipenderà da come il piano stesso sarà disegnato”.
 
In particolare è importante che il piano includa una porzione significativa di investimenti privati e affronti i grandi squilibri che, sul fronte occupazionale, esistono nell'Unione. In caso contrario "non ci sarà alcun cambiamento nelle prospettive del lavoro in Europa”. 
La situazione di partenza descritta dal report non è incoraggiante. In media il tasso di disoccupazione è del 10% nel Vecchio continente, quasi tre punti percentuali al di sopra della media precedente l'inizio della crisi. Inoltre almeno la metà di questi disoccupati è senza lavoro da oltre un anno. All'interno del 10% indicato dall'Ilo ci sono estremi opposti. È il Sud Europa a essere messo peggio, con i costi economici e sociali che ne conseguono. "Chi rimane senza lavoro per un lungo periodo di tempo si scoraggia e abbandona il mercato del lavoro”. In tal modo si perdono ulteriori capacità e rientrare, nel momento in cui l'occupazione riparte, è molto più difficile. "Un tema di particolare rilevanza per i giovani”. 

In questa situazione, secondo l'Ilo bisogna assolutamente evitare gli errori compiuti nel recente passato. "Per esempio, tra il 2007 e il 2013, i paesi ad alto tasso di disoccupazione hanno beneficiato di meno di un terzo dei fondi messi a disposizione della Banca europea degli investimenti. In queste nazioni un afflusso di risorse incoraggerebbe una riallocazione verso attività strategiche e ad elevato impatto, distogliendole dai settori con un basso valore aggiunto”. 

 

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