Il Made in Italy di qualità mira al +20% export al 2022
Un potenziale ancora da esprimere a livello di esportazioni verso i mercati maturi di 12 miliardi di euro

 Un potenziale ancora da esprimere a livello di esportazioni verso i mercati maturi di 12 miliardi di euro, pari a una crescita del 20% conseguibile nell'arco di sei anni. E' la cifra chiave contenuta nella nuova edizione del report 'Esportare la dolce vita' (EDV) realizzato da Confindustria e Prometeia, che nello scenario base vede l'export dei prodotti "belli e ben fatti" (BBF), cioè il Made in Italy di fascia medio alta, passare dai 59 miliardi del 2016 a 70 miliardi nel 2022. Un risultato ottenibile facendo leva su tre asset fondamentali: patrimonio culturale, paesaggio e vocazione manifatturiera. Ma anche superabile, visto che lo stesso rapporto propone un secondo scenario, definito "più ambizioso", in cui la crescita si spinge fino a sfiorare i 18 miliardi, cioè il +31%. Per raggiungere questo obiettivo, però, L'Italia dovrebbe riuscire a replicare nel periodo 2016-2022, per ogni settore dei BFF, lo stesso guadagno di quota registrato nei primi sette mercati avanzati dal Paese che ha avuto la miglior performance nel periodo 2011-2015.

Intervenendo alla presentazione dello studio, il ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, ha individuato nel proseguimento del processo di globalizzazione e nel boom dell'Industria 4.0 "le due opportunità da non perdere" in questa congiuntura. "Non c'è una scorciatoia che porta allo sviluppo del Paese", ha comunque ricordato, indicando che occorre lavorare prima di tutto "sulla competitività di lungo periodo delle offerte" e che oggi "la nostra sfida è di agganciare le imprese alla domanda internazionale". A riguardo, il ministro ha citato come esempio la capacità tedesca di portare il rapporto export/Pil sul 50%, contro il 30% raggiunto dall'Italia. "Questo vuol dire che sei indipendente dalla dinamica della domanda interna, che per definizione in un paese maturo è piatta", ha chiosato Calenda. Sulla stessa linea Licia Mattioli, vicepresidente di Confindustria, secondo la quale "ci sono due strade che si aprono per aumentare la nostra competitività: investire nella manifattura ad alto valore aggiunto e aumentare il numero degli esportatori". Anche Mattioli, d'altra parte, ha indicato come "l'opportunità per elevare la qualità dei prodotti italiani" vada cercata nelle nuove tecnologie dell'automazione industriale.

A differenza delle passate edizioni, nelle quali a essere analizzate erano le prospettive italiane sui mercati emergenti, quest'anno il rapporto EDV si è concentrato su 31 mercati maturi, attualmente i maggiori importatori di Made in Italy di qualità. Basti pensare che nel 2016, tra i primi 20 paesi destinatari delle esportazioni italiane, 14 sono avanzati di cui 9 si collocano nei top ten. A spiccare è la centralità degli Stati Uniti: al 2022, le proiezioni per sono di importazioni dall'Italia pari a 13 miliardi di euro, con una crescita di 2,8 miliardi (+28%) che ne fa anche il mercato più dinamico. Già oggi, se si guarda al turismo, tra i Paesi di provenienza dei visitatori alto-spendenti, gli Usa generano il più altro valore degli acquisti: 4,3 miliardi nel 2015, con una media di 1.166 euro di spesa pro capite. Se però i dazi tornassero sui livelli del 1989, segnala il rapporto, sempre al 2022 il dato andrebbe rivisto in calo di 1,4 miliardi rispetto allo scenario base, con l'alimentare colpito per ben 500 milioni di euro.

Una prospettiva che non allarma eccessivamente Jean-Christophe Babin, ceo di Bulgari, presente a sua volta alla presentazione del rapporto."Nella realtà dei fatti probabilmente non accadrà", ha commentato il manager a margine dell'evento, riferendosi all'innalzamento delle barriere doganali, definito "una situazione lose-lose", in cui a perdere sarebbero anche le tante imprese statunitensi che guardano al di fuori dei propri confini nazionali. Tra gli ospiti del lancio di EDV, anche il presidente e ceo di Gucci, Marco Bizzarri, che ai cronisti ha invece sottolineato l'importanza della digitalizzazione anche per le imprese del settore luxury. "Digital, e-commerce e web sono diventati fondamentali negli ultimi anni, in particolare per comunicare con i Millenials", ha spiegato, ricordando che "una volta nel lusso ci si domandava se essere online fosse meno importante. Oggi non è più una domanda che ci si deve porre. Anche perché se non lo fai tu c'è qualcun altro che se ne appropria".
 

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