Gi Group: Dopo riforma Fornero solo 44% imprese ha assunto giovani

Milano, 17 lug. (LaPresse) - Gli effetti della riforma del lavoro di Elsa Fornero non si sentono più, e i giovani pagano un'altra volta il conto. A rilevarlo Gi Group Academy, la fondazione di Gi Group nata per promuovere e sostenere lo sviluppo e la diffusione della cultura del lavoro, che nel mese di giugno ha avviato la seconda survey dell'Osservatorio Permanente sulla Riforma del Mercato del Lavoro su un campione di 351 aziende. Si diceva dei giovani, per cui la riforma non prevedeva nessun incentivo. Perciò solo il 44,4% delle imprese dichiara di aver assunto giovani fra i 15 e i 29 anni, che rappresentano il 55% degli inserimenti complessivamente realizzati per un totale di 16.403 addetti. Ma la maggior parte dei ragazzi è stata inserita con contratti di collaborazione a progetto (38,7%), seguono poi i contratti a tempo determinato (24,5%), i tirocini (13,2%), i contratti a tempo indeterminato (7,6%), l'apprendistato (6,3%), i contratti di inserimento (6,1%), la somministrazione a tempo determinato e indeterminato (3,1%) e la partita iva (0,6%). Solo il 23,4% delle imprese, a seguito della riforma, sostiene di aver compiuto delle trasformazioni di contratti non a tempo indeterminato. In particolare, nel 73,2% dei casi si è optato per altre forme flessibili (tempo determinato 25,6%, contratti di apprendistato 14,6%, co.co.pro. e partite iva 12,2%, somministrazione a tempo determinato 8,5%, altro 12,2%) mentre, solo nel 26,8% dei casi si è optato per contratti a tempo indeterminato.

Più in generale le imprese ritengono che la riforma non ha "apportato alcun cambiamento rispetto alle aree (flessibilità in entrata, contrattazione di secondo livello, gestione dell'uscita, politiche attive e ammortizzatori sociali) verso le quali poteva esercitare un impatto, né dal punto di vista dell'efficacia né dal punto di vista dell'efficienza". In particolare, per quanto riguarda la gestione della flessibilità in entrata, il 43,6% ritiene non vi sia stato nessun cambiamento, contro un 40,2% che ritiene vi sia stato un peggioramento e un 16,2% per il quale vi è stato un miglioramento. L'ambito all'interno dell'impresa rispetto al quale la Riforma ha esercitato l'impatto maggiore è rappresentato dalla flessibilità in ingresso (49,9%), seguita dalla gestione della flessibilità in uscita (18,5%) e dall'utilizzo di ammortizzatori sociali (16%). A un anno dall'entrata in vigore della Riforma non si riscontrano variazioni evidenti rispetto al numero di aziende che utilizza i diversi tipi di contratto. Diminuiscono solo le realtà che ricorrono agli stage (-5,2%) e ai contratti di collaborazione a progetto (-3,7%). Il 56,4% delle aziende dichiara di aver gestito almeno un inserimento nel I semestre 2013. Questa percentuale risulta più bassa di 4,9 punti rispetto a quella registrata nello stesso periodo del 2012 (56,4% vs 61,3%). Analizzando il periodo da luglio 2012 ad oggi, invece, sono state inserite 29.349 persone, di cui il 45,3% (13.305 persone) con contratti di lavoro subordinato (tempo indeterminato, tempo determinato e apprendistato). Per quanto riguarda i lavoratori maturi "restano principalmente un problema non gestito" per il 47,6% delle imprese, tanto che fino a giugno 2013, e nemmeno la staffetta intergenerazionale piace: solo il 4,3% degli intervistato vi ha fatto ricorso.

"Alla Legge Fornero - commenta Stefano Colli-Lanzi, ceo di Gi Group - va riconosciuta la capacità di aver agito su alcuni temi apicali del mercato del lavoro, come l'articolo 18, le politiche attive, la stretta sulla cattiva flessibilità. Tuttavia è stata una Riforma fatta in condizioni di emergenza, che hanno imposto, considerata la ristrettezza dei tempi, un compromesso al ribasso: il risultato è una Riforma che non ha inciso, dopo un anno dalla sua approvazione, sui comportamenti delle aziende. Questo è di per sé già un risultato negativo: con una produttività inferiore di oltre il 30% a quella tedesca, il sistema delle imprese italiane non può permettersi di restare inerte. Sarebbe oggi più che mai necessario portare a compimento il disegno che stava all'origine della Legge Fornero: oggi invece il rischio è che l'emergenza spinga verso la direzione opposta. Abbiamo bisogno di istituzioni che sappiano guardare oltre il breve periodo, esprimano visioni di lungo termine e sappiano incidere sui comportamenti; altrimenti come è successo con il recente pacchetto lavoro, rischiamo di dare non solo messaggi di breve respiro, ma anche contrastanti tra loro: si pensi per esempio alla marcia indietro fatta sul contratto a tempo determinato".

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