"Pochi soldi e tanti pasticci" perché il decreto non piace ai genovesi

Il testo, con la firma di Mattarella, diventa legge. Mancano gli sgravi Iva e i fondi per l'autotrasporto. "Mancano - dice il leader degli spedizionieri Botta - un sacco di cose che avevamo chiesto e spiegato"

Un mese e mezzo e il decreto per Genova (ora c'è anche la firma di Mattarella) è arrivato. Ma la lunga attesa non è stata temperata dalla soddisfazione per i contenuti. I genovesi (dai leader politici, agli imprenditori, ai lavoratori, agli sfollati) l'hanno letto, soppesato, approfondito, hanno estrapolato le cifre, le hanno messe in colonna e alla fine hanno sentenziato: "Belin! Ancua 'na volta n'han pigiou pou cu'...". La frase (chiara anche per chi non conosce il genovese) circolava ieri dagli "scagni" nel porto, ai terminal di Voltri e Calata Sanità, alle dogane che stanno impazzendo e nelle code che, di questi tempi, fanno parte della vicenda quotidiana di chi vive e lavora a Genova.

Parole (non le stesse) che rimbalzano persino dall'India, da dove ci parla Giampaolo Botta, leader degli spedizionieri che si trova in questi giorni a Nuova Dehli per rispettare gli impegni presi prima del 14 agosto e presentare il porto di Genova agli imprenditori indiani che, oggi più che mai, chiedono di essere rassicurati: "Avevamo fissato questi incontri per raccontare della grande crescita (65% negli ultimi anni) del nostro scalo e dei servizi, della capacità di risposta in termini logistici alle necessità delle merci provenienti da qualsiasi parte del mondo". E adesso?: "Adesso ci chiedono i tempi del ritorno alla normalità, vogliono sapere quanto costerà in più movimentare le merci a Genova. Non pensano di andarsene. Vogliono avere risposte certe. Proprio quelle che mancano nel decreto. Io, su Facebook, l'ho definito il decreto del Nulla. E molti mi hanno dato ragione".

Uno che dà ragione a Botta è certamente Mario Tullo, ex parlamentare del Pd, una vita a occuparsi di porti e logistica (era nella Commissione Trasporti alla Camera fino alla scorsa legislatura): "Il decreto? Insufficiente e pasticciato. L'hanno trasformato in un decreto Ischia (a Genova hanno dedicato solo nove pagine su 40. La città ha subito danni per almeno 500 milioni. Così ne arrivano meno della metà. Ma anche nella parte normativa è carente: si sono inventati l'Agenzia nazionale per la sicurezza delle ferrovie e delle infrastrutture stradali che diventerà un carrozzone romano, quando c'era già l'Authority dei Trasporti".

Dall'India gli fa eco Botta: "Cosa ci aspettavamo? Avevano promesso 95 milioni di riduzione dell'Iva sulle operazioni portuali, ne arrivano solo 30. Dovevano esserci 180 milioni per gli autotrasportatori che subiscono danni gravissimi da questa situazione e ce ne sono solo 20 e limitati al 2018. Ma speravamo anche che capissero (perché glielo abbiamo detto e scritto in tutti i modi) che il complesso del porto di Genova in questo momento è letteralmente tagliato in due e che, quindi servirebbero soldi e risorse umane per raddoppiare servizi fondamentali come le dogane. Perché le merci vanno controllate ma non si deve perdere tempo. Oppure che i terminalisti si aspettavano una riduzione dei canoni demaniali per ovviare ai maggiori costi che deriveranno dal dover far funzionare il porto di notte per rispondere ai problemi del traffico stradale. Di queste cose, nel decreto non c'è traccia".

L'allarme viene dalla città intera. Sindaco in testa: "Io aspetto di vedere il decreto - dice Marco Bucci  - dopo che sarà firmato dal Colle. Abbiamo fatto delle richieste precise e abbiamo avuto la conferma che sarebbero state inserite, dalle bozze che circolano sembra che queste richieste non siano state accolte al 100% e alcune sono sparite. Questo potrebbe essere un problema". E promette che riaprirà subito le trattative per rimettere nel decreto quello che dal decreto è sparito o è stato ridotto.

Ed ecco il governatore Giovanni Toti: "Qualche luce, molte ombre. Noi (intesi io e il sindaco) non abbiamo mai cercato lo scontro. Siamo pragmatici, non ideologici. In nome di una città che ne ha un disperato bisogno, avevamo chiesto alcune cose. Tutto qui". Nel decreto ci sono? "Con il contagocce. Mentre altre sono una nebulosa. A cominciare dalla cosa più importante, la ricostruzione del ponte". Toti, qui, non lo dice ma deve essere stufo marcio di apparire per quello che cerca di tener dentro alla ricostruzione Autostrade per l'Italia. E' chiaro che Aspi ha responsabilità enormi, ma il decreto, se si esprime in termini punitivi nei confronti della società di Atlantia, non spiega come farà il Commissario a ricostruire senza Aspi usando i soldi di Aspi. E se la società resiste semplicemente perché i suoi dirigenti non vogliono finire in galera? E se ricorsi e controricorsi, intrecciati all'inevitabile vicenda giudiziaria ritardassero i tempi della ricostruzione? Senza il nuovo ponte, il porto e la città di Genova non avrebbero vita lunga.

Ma a Genova dicono che tutto il Nord Italia dovrebbe fare pressione perché arrivino le risposte corrette e siano recepite le cose che mancano. Perché lo scalo genovese rappresenta la porta d'accesso per la maggior parte delle merci che arrivano nel nostro Paese e la maggior parte di quelle che escono. Se il porto, spezzato dal disastro del Ponte dovesse perdere funzionalità, tutte le imprese e i commerci del Paese ne risentirebbero. Non è mugugno, non è capriccio o tentativo di lucrare sul disastro. I cali di traffici (anche 35% dal punto di vista del gettito Iva, 10/15% di container in meno, anche 20% per i traffici che usavano viaggiare sulla ferrovia) si fanno già sentire. Fra qualche giorno la ferrovia dovrebbe riaprire anche se in modo ridotto. Ma non c'è tempo da perdere quasi su niente. E il decreto non aiuta.

Non aiuta neanche gli sfollati che temono l'uscita di scena di Autostrade per l'Italia. Anche loro (lo dice  Mimma Certo una dolce ma determinatissima signora di via Fillak), come Toti, preferirebbero che Aspi mantenesse un ruolo nella ricostruzione per avere sempre una mano sul soggetto che, alla fine dovrà saldare il conto a tutti. Messa con la spalle al muro e condannata senza processo, Aspi diventa un soggetto inservibile. Per questo gli sfollati non condividono l'atteggiamento vendicativo del governo.

Anche il sindacato è sul piede di guerra. Nel decreto (nota Federico Vesigna della Cgil Liguria) non c'è la cassa integrazione in deroga che era stata richiesta. "Profondamente delusi" anche alla Cisl e alla Uil. La cassa - dicono - sarebbe servita per salvare tanti posti di lavoro. E minacciano di tornare in piazza come tante volte hanno fatto in passato.

Ma il decreto non pace neanche agli imprenditori: "Manca il sostegno alle aziende - dice il presidente di Confndustria Genova, Giovanni Mondini - E mancano tempi e poteri certi per la ricostruzione. Tutto il Nord Ovest rischia una crisi senza precedenti".

Insomma, difficile trovare a Genova qualcuno a cui questo decreto serva a sollevare il morale dopo il dolore e la frustrazione di questo mese e mezzo. La città ha saputo rimboccarsi le maniche e ricominciare subito a lavorare. Genova sa che ci vuole poco perché l'economia del suo porto prenda la strada della discesa. Per questo i genovesi lavorano di notte e non si lamentano più di tanto delle code. Ma chi ha scritto il decreto queste cose sembra non saperle, non vederle e non capirle. E questo i genovesi non lo sopportano.

 

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