Francia, il bilancio 2019 di Macron: maxi taglio tasse e deficit al 2,8%

Sei miliardi in meno alle famiglie e 18,8 miliardi alle imprese

Maxi taglio delle tasse da 24,8 miliardi di euro, aumento del deficit al 2,8% del Pil, tagli alle prestazioni sociali e soppressione di posti nel settore pubblico. Sono questi i punti chiave del piano di bilancio per il 2019 presentato dal governo francese.

Il presidente Emmanuel Macron, indebolito da una crescente impopolarità, tenta queste carte per rispettare le promesse di aumentare la crescita e il numero di posti di lavoro. Il suo esecutivo, spesso criticato per una politica ritenuta troppo favorevole alle classi più agiate, promette in pratica di ridare potere d'acquisto alle famiglie, nonostante le misure decise per contenere la spesa pubblica.

Per il governo, il pilastro del bilancio sarà il taglio delle tasse da 24,8 miliardi, che verrà così ripartito: tagli di 6 miliardi alle famiglie (che include il graduale abbandono di una tassa annuale sulla casa) e di 18,8 miliardi alle imprese. Il tutto verrà finanziato con diverse misure: per esempio, secondo le previsioni del governo, nel 2019 il deficit pubblico si avvicinerà al limite europeo del 3% del Pil, passando dal 2,6% del Pil previsto quest'anno al 2,8%. Insomma, Macron prevede di rispettare il vincolo europeo, ma di avvicinarsi di più alla soglia limite. Lo stesso piano annunciato da Luigi Di Maio e Matteo Salvini per finanziare la manovra in Italia. 

Altre misure previste: nel bilancio del 2019 saranno tagliati pensioni e benefit del welfare (a giugno Macron si lamentò che la Francia spende "una quantità folle di quattrini" in programmi sociali); via 4.100 posti nel settore pubblico; tasse più alte su carburante e sigarette. Secondo l'esecutivo, il maxi taglio alle tasse di Macron incoraggerà le imprese a investire e assumere e le famiglie a spendere. "Questo è il più grande taglio di tasse per le famiglie dal 2008", ha detto il ministro del Bilancio, Gerald Darmanin.

Dal canto suo il ministro delle Finanze, Bruno Le Maire, ha riconosciuto che i risultati delle riforme di Macron sono finora "insoddisfacenti se paragonati ai nostri vicini europei". "Andiamo meno bene dei partner europei su disoccupazione, crescita, deficit e debito", ha detto. Il presidente 40enne è arrivato all'Eliseo con la promessa di scuotere un'economia a suo parere contenuta da eccessive regolamentazioni e leggi sul lavoro rigide. Ma la crescita ha rallentato e adesso è atteso che nel 2018 raggiunga solo l'1,6%, mentre per il prossimo anno il governo prevede un miglioramento all'1,7%.

Stando a un sondaggio diffuso domenica, solo il 29% dei francesi è soddisfatto dalla leadership di Macron, mentre secondo un'altra rilevazione pubblicata la scorsa settimana solo il 19% ha una buona opinione del suo operato. L'attuale inquilino dell'Eliseo aveva promesso di raggiungere entro la fine del mandato di cinque anni il pareggio di bilancio, per la prima volta da oltre 40 anni.

Compito difficile: la spesa statale, escludendo le voci per la sicurezza sociale e gli esborsi delle amministrazioni locali, nel 2019 dovrebbe raggiungere 391 miliardi di euro, mentre da entrate fiscali e altre voci di ingresso il governo dovrebbe ottenere 291 miliardi di euro. Per arrivare all'obiettivo Macron dovrà portare avanti riforme strutturali sperando che la crescita non subisca l'impatto delle tensioni commerciali transatlantiche o di altri fattori che vanno al di là del suo controllo.

Macron ha già sfidato i potenti sindacati francesi a un livello che non si vedeva da decenni, superando la forte resistenza alle nuove leggi che rendono più facili i licenziamenti e pongono fine a status privilegiati per i lavoratori nel settore delle ferrovie. Ha inoltre promesso di tagliare 120mila posti nel settore pubblico entro il 2022 e sta lottando per non essere percepito come "il presidente dei ricchi", ma è improbabile che l'annuncio di tagli alla spesa del welfare rassicuri i detentori di basso reddito.

I critici sottolineano che ogni effetto dei promessi tagli alle tasse sarà controbilanciato da imposte più alte altrove, come per esempio sui carburanti. "Quello che dà con una mano lo toglie con l'altra", ha accusato il leader del partito socialista, Olivier Faure

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