Eni Saipem: assolti Scaroni, Vella ed Eni per caso Algeria

L'accusa era di corruzione internazionale aggravata dalla transnazionalità per un presunto giro di mazzette

Tiene ma solo a metà la ricostruzione della Procura di Milano sul caso Saipem Algeria. Per l'accusa, dietro a appalti per 8 miliardi di euro ottenuti dal gruppo Eni nel Paese nordafricano e dietro l'acquisto della società First Calgary Petroleums Ltd da parte del 'Cane a Sei Zampe' ci sarebbe stato un giro di tangenti per 197 milioni di euro. Mazzette che sarebbero state versate all'ex ministro algerino dell'Energia Chabib Khelil e al suo entourage.

I giudici della quarta sezione penale del tribunale di Milano, invece, hanno assolto con formula piena l'ex numero uno di Eni, Paolo Scaroni, attuale presidente del Milan, dall'accusa di corruzione aggravata dalla transnazionalità. Assolto anche l'ex responsabile per l'area del Nord Africa della società Antonio Vella e la stessa Eni, che era finita a giudizio per aver violato la legge 231 del 2001 sulla responsabilità amministrativa degli enti. Per il collegio presieduto da Giulia Turri ne Scaroni ne Vella, infatti, hanno avuto alcun ruolo nelle trattative per far ottenere a Saipem contratti milionari dall'altra parte del Mediterraneo, come invece avevano sostenuto il procuratore aggiunto Fabio De Pasquale e i pm Isidoro Palma e Giordano Baggio. Dietro all'acquisto della First Calgary nel 2008, poi, non ci sarebbe stata alcuna corruzione. L'accusa, invece, aveva ipotizzato il pagamento di 41 milioni di euro di mazzette per entrare in possesso della società canadese, che in joint-venture con la statale Sonatrach era proprietaria di importante giacimento di gas a Menzel, in Algeria.

Diversa, invece, la situazione per quanto riguarda Saipem. Il tribunale ha condannato l'ex presidente e ad della società Pietro Tali a 4 anni e 9 mesi, l'ex direttore operativo in Algeria Pietro Varone a 4 anni e 9 mesi, l'ex direttore finanziario prima di Saipem poi di Eni Alessandro Bernini a 4 anni e un mese. Nei confronti di Saipem è stata invece disposta una confisca di 197 milioni di euro, pari al valore della presunta maxi tangente, e la condanna a una multa di 400mila euro. Per la stessa vicenda era imputato anche l'ex presidente di Saipem Algeria, Tullio Orsi, che nell'ottobre 2015 ha patteggiato la pena di due anni e dieci mesi di reclusione e una confisca di circa 1 milione e 300 mila franchi svizzeri. Sul fronte algerino, sono stati condannati a 4 anni e un mese l'intermediario Samyr Ouraied e Omar Habour, considerato il riciclatore delle tangenti pagate in Algeria dal gruppo italiano. Più pesante la pena per Farid Noureddine Bedjaoui, uomo di fiducia di Khelil algerino e ritenuto il 'mediatore' delle mazzette. Nel processo, tuttavia, come avevano sottolineato le difese nelle scorse udienze, non è stato possibile provare che il denaro sia mai arrivato all'ex ministro dell'Energia algerino. La sentenza ricalca la decisione presa nell'ottobre del 2015 dal gup Alessandra Clementi, che aveva prosciolto Scaroni, Vella e l'Eni dalle accuse, mentre aveva condannato Saipem e gli altri 6 imputati.

La Corte di Cassazione, però, nel febbraio del 2016, aveva annullato l'ordinanza e il processo era ripartito fino ad arrivare alla pronuncia di oggi. "Sono felice della decisione del tribunale di Milano - è il commento a caldo di Scaroni - . Devo dire che sono sempre stato sereno e ho sempre avuto fiducia nel lavoro dei giudici. Del resto questa sentenza si pone in continuità con quella di non luogo a procedere del Gup di Milano che gia' mi aveva assolto sulla stessa vicenda". Soddisfazione anche da parte di Eni. "La sentenza conferma la decisione di proscioglimento presa nel 2015 dal Gup del Tribunale di Milano - hanno fatto sapere da San Donato Milanese - e sancisce l'estraneità della società e del management alle presunte condotte illecite oggetto del processo. Eni è lieta che il processo abbia avvalorato gli esiti delle verifiche promosse dalla società e realizzate da soggetti terzi indipendenti sulle attività oggetto di giudizio, verifiche che escludevano già all'epoca qualsiasi coinvolgimento di Eni e del suo management in relazione a condotte illecite o corruttive".
 

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