Il mnistro dell'Economia, Giovanni Tria
Manovra, da Istat a Confindustria: tutti chiedono di rivedere stime

L'Istituto di Statistica interviene anche sul reddito di cittadinanza: necessità di misure eque. Produzione industriale in calo a settembre. Anche la Corte dei Conti e l'Upb sono critici

Istat, Confindustria, Corte dei Conti: nelle audizioni parlamentari sulla manovra, sono tanti gli avvertimenti che definiscono come "troppo ambiziosa" la previsione di una crescita del Pil al +1,5% per il 2019.

Questa cifra viene bollata come "troppo ambiziosa" da Vincenzo Boccia, presidente di Confindustria. La Corte dei Conti spiega che una cifra del genere "richiederebbe una ripartenza particolarmente vivace, e una ripresa duratura". L'Ufficio parlamentare di Bilancio (Upb), organo indipendente che passa al vaglio i numeri dell'esecutivo, spiega che per registrare il +1,5% l'anno prossimo "il Pil dovrebbe aumentare per tutti e quattro i trimestri del 2019 dello 0,5%", e questa è "una sequenza che non si realizza in Italia dalla fine degli Anni Novanta".

Durante l'audizione sulla manovra alle commissioni Bilancio di Camera e Senato, Maurizio Franzini, presidente facente funzioni dell'Istat, ha detto che pure l'obiettivo di questo anno all'1,2% diventa più difficile, vista la crescita zero nel terzo trimestre. "In termini meccanici, sarebbe necessaria una variazione congiunturale del Pil pari al +0,4% nel quarto trimestre dell'anno in corso", ha detto Franzini.

Molti dubbi degli esperti auditi si sono concentrati sul Reddito di Cittadinanza. Il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia ha snocciolato i (tristi) numeri su quanto prendono in media i giovani under 30: 910 euro al mese al Nord (820 per i non laureati); 740 al Sud (700 senza titolo universitario). Di conseguenza, introdurre un reddito garantito a 780, come vogliono fare i 5Stelle, rischia di creare quello che gli economisti chiamano "spiazzamento", indebolendo la voglia di lavorare tra i più giovani, che preferirebbero ricevere il sussidio. Boccia non ritiene che non si debbano introdurre strumenti simili, ma essi devono essere "in grado di coniugarsi con la centralità del lavoro", e non "in modo da disincentivarlo".

Un altro problema viene sollevato dall'Istat, secondo cui c'è un "problema di equità": si deve dare lo stesso reddito di cittadinanza a chi è in affitto e chi è proprietario? Il governo sembra intenzionato a distinguere i vari casi, e per chi è proprietario il reddito dovrebbe scendere da 780 a 380 euro. L'istituto di statistica ha preparato una illustrato una sua piccola indagine che approfondisce questo versante.

La quota di famiglie affittuarie in povertà assoluta è particolarmente elevata nei centri metropolitani (64,1%) e nel Nord del Paese (50,6%). La spesa media effettiva per affitto delle famiglie in povertà assoluta è pari a 310 euro (357 euro Nord; 384 Centro; 230 Mezzogiorno. Le famiglie in povertà assoluta che non sono in affitto (56,3%) si dividono in due sottogruppi: coloro che abitano in case di proprietà (40,7%), magari pagando un mutuo che alla fin fine equivale all'affitto, e coloro che hanno case in usufrutto o in uso gratuito (15,6%).

Per quanto riguarda le banche, Giovanni Sabatini, direttore generale dell'Abi, avverte: non si può chiedere agli istituti di credito "un ulteriore sacrificio", e visto che offrono "tra i tassi più bassi dell'Europa", il loro "percorso positivo che va accompagnato, e non frenato". 

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