Amianto, le colpe della Pirelli

Torino, 20 feb. (LaPresse) - Due processi sono arrivati a sentenza. Uno parte giovedì a Milano. Altri due sono ai blocchi di partenza. Non sembrano avere fine i problemi della Pirelli legati all'amianto. Sono già decine le morti accertate di suoi ex lavoratori, ma altre stanno emergendo. Proprio come nella vicenda Eternit il picco dei decessi potrebbe arrivare tra qualche anno. Le procure di Torino e Milano sono finora le più attive. L'ultima sentenza è arrivata lo scorso 19 gennaio, con 13 condanne a fronte di ben 36 persone ammalatesi per aver inalato sostanze pericolose nell'impianto di Settimo Torinese. Pirelli ha trovato un accordo extragiudiziario con le parti civili versando circa 7 milioni alle famiglie delle vittime. Si è trattato del secondo filone di un'indagine che aveva già portato in precedenza ad altre condanne. C'è però già un terzo processo, sempre condotto dal pool del pm Raffaele Guariniello, pronto a partire.

Due i filoni d'indagine aperti sugli impianti milanesi di viale Sarca e via Ripamonti. In questi impianti sono decine gli ex lavoratori ammalatisi di mesotelioma e tumori alla vescica. I casi di operai della Pirelli malati di mesotelioma, asbestosi pleurica e altre patologie oncologiche, segnalati dalla Asl alla procura di Milano sono almeno 41, di cui 18 sono morti. Numeri che potrebbero aumentare ancora. Le testimonianze sono univoche. "In Pirelli a Milano l'amianto era dappertutto, dagli impianti per la produzione dei pneumatici, ai locali dedicati agli operai, ai serbatoi e alle tubature e perfino nella mensa aziendale" spiega Susanna Cantoni, direttore del dipartimento di Prevenzione Medico dell'Asl di Milano, che sulla vicenda ha redatto tre rapporti dettagliati. Quando a fine anni '80 Pirelli decise di bonificare gli stabilimenti milanesi dall'amianto, gli operai maneggiavano questo materiale tossico "praticamente a mani nude" aggiunge Cantoni.

Giovedì sul banco degli imputati a Milano 11 ex dirigenti del gruppo Pirelli che si sono avvicendati tra il 1978 e il 1989. Le accuse sono gravissime: a tutti viene contestato, oltre all'omicidio colposo e alle lesioni colpose plurime (che possono prevedere una condanna fino a 15 anni di carcere) anche il reato di "rimozione e omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro", punibile con pene fino a 10 anni. A far scoppiare questo ennesimo caso contro la Pirelli è stato Ennio Marciano, che dopo 30 anni trascorsi i in fabbrica in viale Sarca, nel 2001 è morto a 56 anni di mesotelioma. A convincerlo a denunciare i suoi ex datori di lavoro è stata la figlia Giusy che, divenuta nel frattempo avvocato, si è sempre tenacemente opposta all'archiviazione che per ben due volte a rischiato di far saltare il processo. "Siamo solo all'inizio - dice l'avvocato Marciano - l'ho fatto per mio padre era doveroso anche se non è stato facile, perché all'inizio eravamo solo io e mia madre a crederci".

Nel corso del dibattimento i giudici della sesta sezione penale dovranno accertare se davvero i 24 lavoratori milanesi della Pirelli si siano ammalati per aver respirato per anni dosi "massiccie e ripetute" di polveri nocive senza alcuna precauzione, come sostiene l'accusa. Proprio per chiarire questo punto le consulenze scientifiche disposte dal procuratore aggiunto Nicola Cerrato e dal pm Maurizio Ascione hanno ricostruito, operaio per operaio, il loro grado di esposizione all'interno della fabbrica. Secondo la procura, negli stabilimenti Pirelli erano violate le norme per la prevenzione degli infortuni legati all'amianto, già previste in una legge del 1956. Niente mascherine, né impianti di aspirazione o prevenzione medica. A riferirlo sono stati gli stessi lavoratori ammalati e i loro colleghi nel corso delle indagini realizzate dalla Asl, finite agli atti dell'inchiesta milanese.

L'amianto si nascondeva anche nel talco utilizzato nella mescola della gomma. "Alcune partite di talco, in particolare quelle delle valli di Lanzo, contenevano asbesto in ingenti quantità e per questo costavano meno - spiega Roberto Calisti, del dipartimento di prevenzione dell'Asur delle Marche, che come consulente della procura si è occupato dei processi gemelli celebrati a Torino. "I vertici di Pirelli però - aggiunge - si sono sempre difesi dicendo di aver acquistato talco innocuo".

Ma c'è di più. La mescola dei pneumatici, in passato, conteneva tutta una serie di sostanze tossiche in grado di causare il tumore alla vescica. Grazie a questa scoperta gli inquirenti milanesi hanno identificato almeno altri 12 casi sospetti per i quali hanno iscritto nel registro degli indagati gli stessi 11 dirigenti del gruppo Pirelli in carica dal '78 all'89 aprendo un secondo filone d'indagine. Anche in questo caso gli operai che si sono ammalati potrebbero essere di più, come emerge dai dati raccolti nel database del progetto Occam (Occupational Cancer Monitoring), che raccoglie tutte le cartelle cliniche dei malati in Lombardia.

© Copyright LaPresse - Riproduzione Riservata