Cucina buona in tempi cattivi, il debutto di Fucina Zero è un'odissea moderna
Cucina buona in tempi cattivi, il debutto di Fucina Zero è un'odissea moderna

Al Teatro di Documenti di Roma arriva il primo lavoro del nuovo gruppo teatrale Fucina Zero che racconta la seconda guerra mondiale con gli occhi di un cuoco

Un viaggio, una fuga, un costante tentativo di ritornare a casa. È questo che racconta Cucina buona in tempi cattivi, la prima produzione del gruppo di lavoro teatrale Fucina Zero. Il regista Matteo Finamore, il drammaturgo Francesco Battaglia e gli attori Andrea Carriero, Sara Giannelli, Lorenzo Guerrieri e Paolo Madonna presentano al Teatro di Documenti di Roma il primo lavoro della nuova compagnia, che hanno fondato da pochi mesi.

Sul palco di via Nicola Zabaglia porteranno in scena un testo originale che in tre serate (13 giugno ore 21:00 - 14 giugno ore 21:00 - 15 giugno ore 18:00) presenterà un nuovo punto di vista dell'Italia fascista. Guido è un giovane cuoco che viene strappato dalla sua casa e dalle sue radici nell'inverno del 1940 quando Benito Mussolini, nel famoso discorso del 18 novembre, dichiarò: "Spezzeremo le reni alla Grecia". Guido non combatte in prima linea, ma cucina alle dipendenze dell'esercito fascista. Durante il servizio si trova a passare per varie cucine e preparare pasti per altre bocche da sfamare, da cui spesso fuggire. L’unico obiettivo è tornare a casa, Villa Santa Maria, per ricongiungersi alla sua famiglia, alle sue radici, alla sua cucina.

L'orrore della guerra, insomma, che tanto è già stato raccontato e rappresentato, è qui spiato con le lenti inconsuete della cucina. Guido prima di essere un soldato è un cuoco, ma nonostante non viva mai la prima linea del campo di battaglia, respira comunque lo strazio di quegli anni.

Tutti i personaggi che Guido incontra durante la vicenda sono rappresentati da tre attori che si alternano in più di dieci ruoli in una sorta di girandola di voci, dialetti, lingue e culture (anche culinarie). "Nello spettacolo - spiega il regista - non c'è nessun tentativo di totale mimetismo o iperrealismo scenico e gli stessi attori non escono mai veramente dal palco; infatti i loro cambi sono visibili al pubblico che vede gli attori trasformarsi sotto i propri occhi nei personaggi più diversi". "Quella di Guido - aggiunge Finamore - potremmo definirla un'odissea moderna in cui il 'tornare a casa' non si esaurisce nell'accezione geografica del termine ma che si configura come una continua lotta esterna e interna nel tentativo di ritrovare, durante lo scempio di un conflitto mondiale, l'odore e il sapore di casa".

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