Jeffery Deaver: "Quella volta che ho cucinato per Cracco"

Lo scrittore americano presenta il suo nuovo romanzo thriller, ultimo capitolo della saga con gli investigatori Lincoln Rhyme e Amelia Sachs, e racconta la sua passione per la cucina

Tra un piatto di pasta, un diamante o un'auto di lusso Jeffery Deaver non ha dubbi: "Scelgo di mangiare delle tagliatelle alla bolognese seduto in una Ferrari". Dei diamanti parleremo più avanti, ma cosa c'entra il cibo con il re del thriller? C'entra, e molto. Perché lo scrittore americano (una star da 50 milioni di libri venduti, tradotto in oltre 150 paesi e 25 lingue) appena ha un attimo di tempo mette da parte omicidi seriali, scene del crimine e luminol per dedicarsi alla cucina.

"E' una mia passione da molto tempo. Scrivo da 40 anni e per dieci ore al giorno lavoro da solo, a parte i miei due cani. Per socializzare mi piace organizzare delle cene durante le quali preparo anche ricette italiane. Amo la cotoletta alla milanese, il ragù e il branzino che preparo con pomodoro, basilico e aglio e che servo con un risotto", racconta Deaver che è in Italia per presentare il suo nuovo romanzo, 'Il taglio di Dio' (Rizzoli) e che a LaPresse confessa: "Ho imparato dai migliori: ho cucinato per Carlo Cracco, qui a Milano, nel suo ristorante. Ha giudicato il mio piatto, non mi ha dato un voto ma mi ha detto: 'Ok, non male'. Per me è stata una grande soddisfazione!". E proprio davanti a una zuppa calda, ma nel cuore di New York, prende vita l'indagine al centro del quattordicesimo capitolo della serie di Lincoln Rhyme e Amelia Sachs.

Un complicato meccanismo di scatole cinesi che ti spinge a pensare, temerariamente, di aver capito tutto. Ma la decodifica degli indizi è solo un gioco di specchi e la soluzione sbuca inaspettata dal passato dell'iconico criminologo tetraplegico. "Dopo vent'anni è sempre popolarissimo in tutto il mondo. Per almeno tre motivi, che sono le sue caratteristiche fondamentali: la sua mente e la sua intelligenza, un'arma formidabile; il fatto che sia guidato da un desiderio irrefrenabile di risolvere i crimini. Terzo, e in questo somiglia a me, Lincoln non sopporta la stupidità, la pigrizia e la doppiezza".

Se Ryme non è cambiato, si è invece trasformata la scrittura di Deaver che si è fatta più agile e sincopata. "Oggi - spiega - esistono molti strumenti che tolgono tempo alla lettura, penso ai videogiochi come Angry Birds o Minecraft, e a un certo tipo di tv show. Quindi sì, è vero, ultimamente ho modificato il mio stile, che ora definisco 'streaming', più vicino al passo veloce di alcune serie televisive". In questa inchiesta tutto parte dai diamanti. A Manhattan vengono uccise tre persone, un tagliatore di pietre indiano e una giovane coppia alla ricerca dell'anello di fidanzamento perfetto. Sembra la classica rapina finita male, ma qualcosa non torna. I gioielli non sono stati portati via e l'assassino si è accanito sulle vittime con una brutalità che suggerisce un movente diverso. Una serie di terremoti, anomali per New York, e il processo a un criminale sudamericano completano la sfida per Rhyme e per i lettori.

"Io credo che un libro possa essere emotivamente più coinvolgente della musica, dell'arte o del teatro perché chi lo legge è complice dello scrittore, è un suo partner", sottolinea ancora l'autore de 'Il collezionista di ossa' che non ama essere definito "maestro dell'illusionismo". Eppure come pochi altri è in grado di manipolare la percezione dei fatti, di creare inganni e chimere. Quelli che ai tempi del Russiagate si chiamano fake news. "Questo riguarda esclusivamente il mio mestiere di scrittore. La politica è un'altra cosa. Ultimamente - dice Deaver - mi capita spesso di parlare di quello che succede negli Stati Uniti, della quantità di false informazioni che escono dalla Casa Bianca e che vengono raccontate platealmente alla gente, senza vergogna. Questo mi infastidisce molto. E' un modus operandi pericoloso che sta avvelenando il clima politico del mio Paese".

La netta sensazione è in effetti che Trump incoraggi le divisioni e le spaccature sociali. "Ho incontrato, seppur brevemente, Barack Obama, un presidente che aveva la volontà e la capacità di unire le persone. Ora invece con Trump e il suo staff sta succedendo l'opposto. Siamo di fronte a un Paese dove ogni giorno esplodono conflitti anche violenti di tipo razziale, di classe; si assiste a una lacerazione fra i nazionalisti e chi invece ha un approccio più ampio, più globalizzato. Anche per quanto riguarda l'immigrazione, sta passando l'idea che tutti i profughi siano il 'male'. Una visione falsa del problema. Questo non significa che si debbano immediatamente aprire i confini, i controlli sono necessari, però è ovvio che chi scappa da condizioni di vita terribili vada aiutato".

Che futuro vede allora per gli Stati Uniti? "Sono moderatamente ottimista, gli Stati Uniti sono un Paese straordinario che ha abbracciato tanti popoli diversi. Siamo riusciti a sopravvivere ad attacchi terroristici, a guerre mondiali, a una terribile depressione. Non dimentichiamoci poi che abbiamo superato una guerra civile devastante che ha fatto più di 500mila morti. Sono quindi convinto che sopravviveremo anche questa volta, ma non possiamo permetterci il lusso di rimanere neutrali, di non fare niente. Donald Trump ha vinto le elezioni perché molta gente non è andata a votare e quindi ora dobbiamo assolutamente far valere i nostri diritti e le nostre idee. Spero che già alle elezioni di Midterm, a novembre, qualcosa succeda. Non sono uno di quelli che dice che il presidente se ne debba andare a tutti i costi, ma con una scossa elettorale potrebbe cambiare qualcosa anche in lui".

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