Beccaria: Fo si faceva capire con Grammelot, lingua che non c'è
E' stato un interprete moderno della tradizione dei giullari medievali

"Come non si sa, ma riusciva a farsi capire con un linguaggio inesistente basato sulla intonazione di una lingua che non c'è". Così Gian Luigi Beccaria, linguista, critico letterario e saggista italiano, ricorda Dario Fo per il suo grammelot, fatto di improvvisazioni e parodia, portato in scena dal poeta per le prima volta nel 1969 in 'Mistero Buffo', la sua opera più nota. Fo, attore, drammaturgo, regista e scrittore, spentosi all'età di 90 anni, insignito del premio Nobel per la letteratura nel 1997, fu moderno interprete della tradizione dei giullari medievali dileggiando il potere.

"Il grammelot - recita l'Enciclopedia Treccani - è un linguaggio scenico che non si fonda sull'articolazione in parole, ma riproduce alcune proprietà del sistema fonetico di una determinata lingua o varietà, come l'intonazione, il ritmo, le sonorità, le cadenze, la presenza di particolari foni, e le ricompone in un flusso continuo, che assomiglia a un discorso e invece consiste in una rapida e arbitraria sequenza di suoni. È dotato di una forte componente espressiva mimico-gestuale che l'attore esegue parallelamente alla vocalità. Il termine è di etimologia incerta. Generalmente è considerato un prestito dal francese o uno pseudofrancesismo". Per alcuni studiosi "è parola composta da gram(maire) 'grammatica',mêl(er) "mescolare e (arg)ot 'gergo'; più probabilmente deriva dal verbo grommeler..... nell'accezione di  'bofonchiare, borbottare'".


A spiegare il fascino del Grammelot, mistero linguistico dentro il celebre 'Mistero buffo' di Fo, a LaPresse, è un divulgatore culturale, oltre che studioso, come Gian Luigi Beccaria, professore ordinario di Storia della Lingua italiana all'Universita di Torino, Membro dell'Accademia della Crusca, dell'Accademia delle Scienze di Torino e dell'Accademia dei Lincei, tra il 1985 e il 1988, che tra il 2002 e il 2003, ha partecipato, in qualità di giudice-arbitro del gioco, al programma tv Parola mia, condotto da Luciano Rispoli su RaiTre.

Domanda: In cosa consisteva la capacità espressiva di Dario Fo con il Grammelot?  Risposta: Un orecchio particolare, più che alla tradizione poetica in quanto tale, legato alla tradizione comico teatrale.

D: Ma come funzionava questo linguaggio che il 'giullare' diventato Nobel portó in scena?  R: Era fondato sul non senso del gioco e delle intonazioni di lingue che non si conoscono, della commedia del'500 e di dialetti. Una invenzione linguistica straordinaria.

D: Che ricordo ha lei di Dario Fo?  R: Lo ricordo con grande simpatia in scena in Mistero Buffo: lo vidi a teatro a Torino negli anni'60. Il suo era un teatro rivoluzionario.
 

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