Violenza donne, Telefono Rosa: C'è un problema culturale, serve riforma giustizia
Violenza donne, Telefono Rosa: C'è un problema culturale, serve riforma giustizia

Intervista a Maria Gabriella Carnieri Moscatelli, presidente e fondatrice dell’associazione di volontarie

Il monologo di Rula Jebreal a Sanremo ha richiamato l’attenzione sul tema della violenza alle donne, troppo spesso relegato alla ricorrenza della giornata mondiale, il 25 novembre. Maria Gabriella Carnieri Moscatelli da trent'anni con il ‘suo’ Telefono Rosa ha un punto d’osservazione privilegiato su di un fenomeno odioso che, soprattutto in Italia, non accenna a scomparire. La presidente e fondatrice dell’associazione di volontarie del Telefono Rosa descrive a LaPresse i contorni di un problema che è innanzi tutto culturale e che, come tale, deve essere preso di petto dalla politica attraverso gli strumenti della formazione e una riforma della giustizia che porti a pool dedicati in ogni tribunale. 

Presidente, la violenza di genere è ancora una questione attuale? 

La violenza è in aumento, non dobbiamo nascondere la testa sotto il cuscino. I femminicidi, che rappresentano soltanto la punta dell’iceberg, sono in crescita. Si consideri, per di più, che i dati forniti dalla questura si riferiscono soltanto ai casi denunciati, ma non tengono conto del sommerso. La violenza sulle donne è una pecca della nostra società. Primo perché a scuola e nei luoghi di studio non si è fatto abbastanza per combatterla. Secondo perché non abbiamo costruito una rete solida: dopo le case-rifugio servono percorsi di reinserimento sociale per le vittime e, banalmente, affitti calmierati.  

E’ vero che le donne fanno fatica a denunciare e perché? 

Le donne esitano a denunciare principalmente per due motivi. Primo, la lungaggine dell’iter burocratico e del processo. Secondo, hanno paura. Se non sono supportate, rischiano la vita. Per questo noi come Telefono Rosa ci siamo ribellate al cosiddetto codice rosso: nei tre giorni che intercorrono fra la denuncia e il momento in cui il giudice prende in mano la pratica, la donna è grave in pericolo.  

Cosa blocca le donne? 

La vergogna. La vergogna di ammettere di essere fallite, di essersi prese il marito o il compagno sbagliato. Spesso le vittime vivono in un vero e proprio isolamento. Questi soggetti violenti sono sottili: fanno in modo di sottometterle psicologicamente, trascinano dalla loro parte i familiari. A volte gli stessi parenti della vittima sono recalcitranti: non vogliono che la famiglia si spezzi. C’è un problema culturale, da un lato. Dall’altro, la donna non riesce a scrollarsi di dosso il padre dei propri figli. Ci riesce a volte soltanto frequentando gruppi di donne nella stessa situazione. 

Quando scatta la molla che porta alla denuncia? 

Le donne sono molto pazienti, a volte troppo. Scattano soltanto quando vengono toccati i figli. Addirittura capita che quando i bambini hanno nove o dieci anni siano loro a trascinare la mamma fuori da queste dinamiche distruttive, contrapponendosi al padre violento. 

Ci sono abbastanza fondi per le case-rifugio? 

La situazione è drammatica. I soldi non sono sufficienti per le case-rifugio, anche perché le donne spesso non hanno più nulla da parte e hanno bisogno di essere sostenute dal punto di vista psicologico e materiale. Invece i bandi sono al ribasso, ma io dico allo Stato: controlla. Controlla che io stipuli i giusti contratti di lavoro, che i soldi vengano utilizzati bene, ma non fare bandi al ribasso. Le case rifugio e i Cav sono sostenuti dalle Regioni che a loro volta ricevono i fondi dallo Stato. 

Che cosa servirebbe? 

Chi ha in mano le leve del potere si convinca che questo tipo di violenza è una piaga sociale. Fin dalla tenera età, a scuola, si parli del rispetto uomo-donna e ci siano progetti a lungo termine non a spot come è oggi. I progetti a spot fanno soltanto buttare via i soldi e non risolvono. Il ministero dell’Istruzione si sieda a un tavolo con quello delle Pari opportunità e della Giustizia e stilino un piano per l’educazione che passi anche attraverso la riforma della giustizia. 

In che senso una riforma della giustizia? 

Il tribunale dei minori lavora malissimo, dev’essere messo in grado di risolvere i problemi. Invece ci sono provvedimenti provvisori che durano anni e non possono essere impugnati.  

Quindi c’è un problema nelle istituzioni.  

Certo, ma mi sento di essere meno dura nei confronti di carabinieri e forze dell’ordine perché hanno fatto passi da gigante. Non trovo invece che questo riscontro ci sia nella giustizia. Manca la formazione. A Roma abbiamo un pool di eccellenza come quello del procuratore aggiunto Maria Monteleone, ma da altre parti la situazione è aberrante. Il pool che c’è qui dovrebbe essere esteso in modo capillare a livello nazionale: in ogni tribunale d’Italia dovrebbe esserci un pool dedicato. Il tribunale dei minori non è all’altezza delle problematiche dei ragazzi e delle donne. 

 

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