Stadio Roma, nuove ammissioni dal manager di Parnasi: "Lanzalone? Era il Campidoglio"
Interrogato dai pm Luca Caporilli, il dirigente stretto collaboratore del costruttore finito in manette

Nuovi particolari sul 'sistema' del costruttore Luca Parnasi aggiungono tasselli all'indagine sul nuovo stadio della Roma mentre prosegue, fuori da Piazzale Clodio, la polemica politica sul consulente del M5S Luca Lanzalone, finito ai domiciliari con l'accusa di corruzione.
L'ex presidente di Acea respinge le accuse ma nuovi dettagli, su cui la procura mantiene massimo riserbo, arrivano da Luca Caporilli, il dirigente 54enne stretto collaboratore Parnasi finito in manette, insieme al capo, con l'accusa di associazione a delinquere.

Caporilli alle 10 di oggi ha lasciato il carcere di Regina Coeli, dove è detenuto da mercoledì scorso, per recarsi a piazzale Clodio. Nello studio della pm Barbara Zuin, è stato sottoposto dalla titolare dell'indagine a un interrogatorio fiume, di oltre quattro ore, che fa seguito alle prime ammissioni da lui fatte davanti al gip venerdì.
Il braccio destro di Parnasi non solo ribadisce la dazione di alcune somme di denaro ad almeno un funzionario pubblico responsabile dei pareri al progetto, ma sottolinea che al tavolo della trattativa per la modifica del progetto iniziale dello stadio, Lanzalone partecipava ed "era lui a rappresentare il Campidoglio". Questo nonostante il suo ruolo di consulente del Comune non fosse mai stato formalizzato.

Intanto Parnasi è stato trasferito da San Vittore, Milano, al carcere romano di Regina Coeli e non è escluso che nei prossimi giorni incontri anche lui i pm.
Secondo la procura, Lanzalone sarebbe stato il punto di contatto tra la giunta capitolina e Luca Parnasi: avrebbe aiutato il costruttore romano facendo gli interessi suoi anziché quelli del Comune e ricevendo in cambio la promessa di 100mila euro in incarichi per il suo studio legale.

In sei sono in carcere, a cominciare da Parnasi, perché ritenuti parte di una presunta associazione a delinquere: rispondono a vario titolo, anche di corruzione, traffico di influenze, frode fiscale, finanziamento illecito.
Ai domiciliari sono, oltre all'avvocato di Genova, il vicepresidente del Consiglio regionale Adriano Palozzi, di Forza Italia, che secondo le accuse avrebbe ottenuto da Parnasi circa 25mila euro per operazioni inesistenti, e il consigliere regionale del Pd Michele Civita, accusato di corruzione, per aver avuto promessa dell'assunzione del figlio.
 

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