Parla la poliziotta antiviolenza: "Denunciare è il l'unico strumento nelle nostre mani”
Intervista a Francesca Romana Capaldo a capo della sezione sui reati violenti di genere

“Non esiste alternativa alla denuncia per interrompere l’escalation di violenza che può portare fino al femminicidio”. A dirlo a LaPresse è Francesca Romana Capaldo, responsabile della sezione Violenza di genere e crimini d'odio del Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato: una sezione, creata nel 2016, che fornisce un supporto alle diverse squadre mobili su tutto il territorio nazionale. Capaldo, 41enne napoletana, è la poliziotta che, nell’agosto del 2017, ha portato all’arresto degli stupratori di Rimini. Lo scorso novembre (insieme a Roberta Rizzo, funzionaria della Squadra Mobile della Questura di Rimini) ha ricevuto dal presidente Sergio Mattarella (nella foto sotto) l’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana, “per la sua esemplare attività di contrasto e prevenzione alla violenza di genere”.

Perché denunciare è fondamentale?
Perché è dalla denuncia che si attiva il lavoro dell’autorità giudiziaria e poi di tutta la rete sul territorio di aiuto alle donne: dalle forze dell’ordine ai magistrati, fino a centri antiviolenza, servizi sociali, ospedali e scuole.

Ma i dati dicono che quali la metà delle donne uccise nel 2016 aveva denunciato abusi (il 44,6%, per l’esattezza). Questo non è bastato a salvarle, cosa non ha funzionato?
Per rispondere a questa domanda bisognerebbe analizzare caso per caso, leggere le carte per capire cosa non ha funzionato nello specifico. E’ importante che questo dato non faccia passare il messaggio che denunciare sia inutile. La cosa più importante da dire e ripetere a tutte le donne è: denunciate e non isolatevi, è l’unica strada percorribile”.

Ci sono però casi in cui le forze dell’ordine hanno sottovalutato la situazione
Le assicuro che sono sempre meno gli operatori che, di fronte a una donna che denuncia, suggeriscono di far pace col marito. Investiamo tantissimo nella formazione del nostro personale. Sia per imparare a non sottovalutare alcun dettaglio, neanche quelli di cui la donna non si avvede e che possono essere, però, molto pericolosi; sia per far sì che si stabilisca un rapporto di fiducia ed empatia con la vittima di abusi, perché chi viene da noi ha bisogno in primo luogo di essere ascoltata e capita.

 

 

 

 

 

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