Mafia Capitale, chiesti oltre 500 anni di carcere per gli imputati
I pm: "Non dobbiamo stabilire se c'è o meno la mafia a Roma, sappiamo che c'è"

La Mafia a Roma c'è, e non da oggi, ma affonda le sue radici fin dai tempi della banda della Magliana. Le prove dell'esistenza del 'mondo di mezzo' sono nelle intercettazioni, e nel solido legame tra Salvatore Buzzi "che è un caso di scuola di inattendibilità assoluta e radicale", e Massimo Carminati, che oltre a non essere credibile quando dice che le decine di minacce riportate dalle intercettazioni erano solo battute tra amici, è "illogico" quando afferma che dall'imprenditore riceveva il 50 per cento dei lavori delle cooperative in cambio di "nulla". Questa la tesi del procuratore aggiunto Paolo Ielo e dei pm Giuseppe Cascini e Luca Tescaroli, al processo Mafia Capitale. 

"Non dobbiamo stabilire se c'è o meno la mafia a Roma, sappiamo che c'è", sottolineano i magistrati. Cuore dell'inchiesta, a seguito della quale sono imputati nel maxi processo 46 persone, per le quali la procura chiede condanne complessive a oltre 500 anni di carcere, sono le intercettazioni telefoniche e ambientali raccolte, che raccontano di un gruppo pronto a minacce di ogni genere pur di portare a compimento affari economici milionari. Quando le tangenti di Buzzi non bastavano ad accaparrarsi gare e ad ottenere pagamenti in tempi rapidi, sostengono i magistrati, subentravano violenza e intimidazioni contro politici, imprenditori e chiunque non rispettasse i patti. Negli anni, secondo la tesi dell'accusa, il gruppo capitanato da Massimo Carminati, che in origine aveva stretti legami con la cosiddetta banda della Magliana, sarebbe cresciuto diventando più potente e ampliando il proprio raggio d'azione da banda criminale dedita all'estorsione, a organizzazione impegnata nel controllo di attività economiche, appalti e commesse pubbliche. 

Dopo il 2011 si sarebbero stretti i legami con Salvatore Buzzi: l'associazione sarebbe ulteriormente cresciuta, sostiene l'accusa, arrivando a condizionare la politica e la pubblica amministrazione, senza però mai abbandonare la strada originaria, della violenza, dell'estorsione e dell'usura, perché da quella, sostengono i pm, trae forza la 'nuova mafia', proprio come quelle 'tradizionali'. "La fama criminale determina paura, assoggettamento e omertà, che sono le caratteristiche di un'organizzazione mafiosa", sostiene l'accusa, secondo cui è questo aiuto che Buzzi si è assicurato, negli anni, pagando il 50 per cento degli utili di quattro grandi cantieri a Carminati: l'imprenditore avrebbe scelto l'ex estremista nero per il timore che incuteva il suo nome, per i suoi contatti con la destra romana, e soprattutto per avere un socio sempre pronto al 'lavoro sporco' fatto di minacce, e violenza contro chi non stava ai patti dettati dall'associazione. 

Le accuse per i 46 imputati, vanno, a seconda delle posizioni, dalla corruzione, alla turbativa d'asta, all'usura e l'estorsione, fino all'associazione mafiosa. Per Massimo Carminati i pm chiedono 28 anni di carcere, per Salvatore Buzzi 26 e tre mesi.

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