Il sottosegretario Vincenzo Spadafora con il premier Giuseppe Conte
"Conoscenza e rispetto, così si combatte tutto il bullismo"

Lettera di Teresa Manes (madre di un ragazzo suicida a causa del bullismo)  al sottosegretario Vincenzo Spadafora. "La legge 71, un'occasione in parte persa"

Egregio Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri con deleghe alle pari opportunità e ai giovani Vincenzo Spadafora,

chi Le scrive è Teresa Manes, madre del quindicenne romano Andrea Spezzacatena, morto suicida il 20 novembre del 2012 e divenuto tristemente noto alla cronaca come “il ragazzo dai pantaloni rosa”.

Ciò per via di una pagina facebook in cui Andrea venne, appunto, etichettato come tale e della cui esistenza, noi della famiglia, venimmo a conoscenza solo durante la veglia all’obitorio.

Questa pagina venne subito chiusa su disposizione dell’OSCAD, per il contenuto a sfondo omofobo riscontrato. Un contenuto di cui, noi familiari, siamo riusciti ad ottenere qualche frammento, salvato da alcuni utenti, fruitori della piattaforma social.

Dagli atti giudiziari risulterà che questa pagina –limitata ad un gruppo chiuso- fu costruit a scuola, in un momento di autogestione.(....)

Dal giorno che ho seppellito mio figlio ho iniziato un percorso che mi ha vista in prima linea. Lo dico per per farLe comprendere che la mia opinione, dunque, non esprime le farneticazioni di una madre sopravvissuta a stento al dolore dei dolori, bensì poggia su basi solide, di operatività e concretezze.

Per questo dico che la prevenzione -da sola- non basta.

Educare all’empatia richiede un impegno costante, ciclico e questo è possibile  travalicando i confini della progettualità.

Altrimenti  si continua a ragionare in termini di prodotti, offerta, mercato. Tanto da coinvolgere nelle scuole “la qualunque” per trattare argomenti, viceversa, delicati. Oppure, si arriva a premiare iniziative volte a “vendere” la legalità.

Bisogna educare all’assistenza, alla cittadinanza attiva in maniera continuativa e non considerare l’impiego ai lavori socialmente utili solo come misura alternativa di tipo punitivo. In questo modo, credo, se ne coglierebbe solo il carattere di tipo afflittivo.

Insomma, da che ieri non si parlava di bullismo oggi ho l’impressione che se ne parli male. Fino al punto di abusare degli stessi termini di bullismo e RETE.

Educare è compito della comunità specie per la crisi valoriale dei nostri tempi in cui lo stesso nucleo familiare risulta “stressato”. Eppure ancora ragioniamo nei termini dualistici di una vecchia diatriba, addossando le “colpe” ora alla famiglia ora alla scuola.

Vede, proprio la vicenda giudiziaria legata alle vicissitudine del mio Andrea, mi ha rinforzata nell’opinione che lo stress giudiziario cui sono chiamate le parti processuali non viene ripagato con l’ottenimento di una VITTORIA, circoscritta limitatamente ai termini di torto e ragione. La vera vittoria si ha nella comprensione di quanto accaduto per evitare che lo stesso possa ripetersi. Io sono convinta che dietro le dinamiche relazionali deviate, spesso, concorrono due acerrimi alleati: l’inconsapevolezza e l’assuefazione.

Ed è la conoscenza che matura la consapevolezza delle cose e risveglia coscienze assopite.

La conoscenza quale antidoto dei mali sociali.

Per questo considero la stessa legge n. 71 una occasione mancata

Limitando la sola definizione normativa a ciò che viene inteso come cyber bullismo si è persa un’occasione per far chiarezza su ciò che è bullismo. Che poi sono aspetti imprescindibili di uno stesso fenomeno, complesso e dalle molteplici sfumature.

Ma se questi comportamenti “al limite”, che trovano spesse volte nelle scuole il loro  terreno fertile, non vengono ben articolati dal legislatore, non verranno riconosciuti dalla magistratura quando si troverà dinanzi al caso concreto.

Ma ciò che è ancora più grave non verranno riconosciuti da quella parte della stessa collettività che continuerà a parlare di bravate o ragazzate.

Non tutti sono in grado di comprendere lo strumento della mediazione e dinanzi ad adolescenti che oggi hanno alterato il concetto della violenza -per percezione ed estensione- occorre dare risposte esemplari.

Non è solo una battaglia culturale volta a demolire il peso di un pregiudizio che è stato racchiuso pure  in quell’etichettatura, affatto volgare e attribuita a mio figlio. La quale non è stata nemmeno, forse, propriamente, colta da tutti.

Bisogna riprendersi ciò che manca fortemente oggi :il rispetto.

In  modo da ridarlo a tutto un sistema di diritto che non può essere sbeffeggiato dal malcostume e dalla tracotanza e che l’impunità di tante condotte deviate, negli ultimi anni, quasi sta legittimando ed autorizzando a replicare.

Oggi più che mai bisogna far capire ai giovani che lo Stato c’è.

E ho scelto di scriverLe nella Giornata internazionale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza preferendo ricordare questo giorno non come quello della morte di mio figlio ma come quello del riconoscimento dei diritti del fanciullo.

Dando a questa giornata un significato diverso e ricco di speranza: quella cioè che le loro tutele siano rafforzate e garantite.

Con l’auspicio di cui Lei, persona sensibile e lungimirante, se ne faccia portavoce.

Teresa Manes

© Copyright LaPresse - Riproduzione Riservata