Ottanta anni dalle leggi razziali, Fulvia: "Io, espulsa da scuola perché ebrea"

La signora Levi, 88 anni, è una degli ex allievi delle scuole pubbliche triestine intervistati per la mostra organizzata dagli studenti del liceo Francesco Petrarca

Trieste ricorda l'80esimo anniversario dell'annuncio delle leggi razziali, fatto nel 1938 nel capoluogo giuliano da Benito Mussolini in un'affollata piazza Unità d'Italia. Lì una targa ricorda l'episodio, ma in città c'è ancora chi ha vissuto sulla propria pelle le conseguenze di quel momento storico e ancora le ricorda.

"All'epoca avevo 8 anni, sono nata nel 1930 a Trieste, in una delle rare famiglie italiane triestine ebraiche sefardite", racconta a LaPresse, "stavo frequentando una scuola italiana statale vicino a casa perché era più comodo accompagnarmi, la scuola ebraica era più distante e mia sorella frequentava le superiori vicino al mio istituto".

Come si trovava?
"Le mie compagne erano carine, la maestra severa ma molto giusta: mi ha dato l'imput per la mia futura professione di insegnante. Ero esonerata dall'ora di religione. Ho passato due anni molto tranquillamente. C'erano due ragazzine con le quali io e anche la mia famiglia avevamo legato di più".

Poi che cosa è successo?
"Da un giorno all'altro siamo diventati trasparenti. Io ero ancora piuttosto piccola e non avevo inizialmente accusato questa seppur grave ingiustizia. Non avevo ancora un rapporto così stretto coi compagni, quindi è stato meno traumatico per me. Chi ha sofferto molto è stata mia sorella più grande, che in quel momento frequentava la prima liceo, quando da un giorno all'altro ci hanno buttati fuori tutti, insegnanti e alunni. Per lei si è aperto un baratro che non si è mai più richiuso. Sognava di completare gli studi di lettere, filosofia, storia, ma non ha potuto accedere all'università".

Ricorda come cambiò la città in quel periodo, dopo le leggi razziali?
"È per me terribile constatare che più vecchia divento e, anziché dimenticare, più ricordo. A volte mi faccio paura da sola. Purtroppo ricordo molto. Ricordo che sono comparse le scritte nei bar 'Vietato l'ingresso ai cani ed agli ebrei'. Per anni, anche dopo la guerra, non ho avuto voglia di entrare in quei bar. Vedevo vetrine di negozi ebraici infrante. Scritte infamanti sui muri e sulla porta di casa mia. Ricordo mio padre che rientrò a casa con gli occhiali rotti per un pugno in faccia. Ricordo che cercava chi mancava dalla comunità perché non era permesso mettere i nomi sui giornali. Non potevamo nemmeno andare in un ospedale. Nel 1940 mio padre avrebbe dovuto farsi operare all'occhio, alla retina, ma non poteva andare in ospedale. È stato operato in casa. Mia madre e mia sorella hanno reso più sterile possibile un'intera stanza, io fui mandata a dormire dalla nonna e lui fu operato in casa. Ci tengo a dire che il professor Vissi, il medico, era un fervente fascista ma ha operato mio padre in modo splendido e non posso che ringraziarlo".

Che cosa ne pensa delle polemiche che ha sollevato la mostra al liceo Petrarca?
"Mi astengo dai commenti, voglio solo rammaricarmi di una cosa: mi dispiace che non si sia dato grande valore al fatto che da una scuola, da cui è partito tutto il male, questa volta è partito il bene. Questi ragazzi giovani avrebbero potuto andare al cinema, al mare o a divertirsi, invece si sono dedicati allo studio e alle interviste che hanno creato il documentario Vita amara, un bellissimo lavoro che consiglio di vedere. Mi è dispiaciuto che si siano accaniti con la scuola che per la prima volta ha cercato di riparare, che ha fatto ammenda, ha raccontato la storia com'era ed è un peccato che non si sia capito. L'amarezza non si leva mai ma questa sarebbe stata un'iniziativa importante, che avrebbe fatto piacere anche a mia sorella per tutto ciò che ha passato. Spero che i ragazzi trovino soddisfazione altrove".
 

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