Latina, la sociologa: "Non chiamiamolo matto: è un grosso alibi"
Chiara Saraceno parla dell'omicidio-suicidio di Cisterna di Latina e dei tanti casi simili di femminicidio

Una donna non viene mai ammazzata all'improvviso dal proprio compagno. Nel femminicidio non esiste né un raptus né il gesto di follia. "E per favore non chiamiamoli matti: è un grosso alibi che danneggia tutti". Lo chiede Chiara Saraceno, sociologa e filosofa, da sempre attenta ai temi della parità, in un colloquio con LaPresse. Un duplice omicidio-suicidio come troppi, tanti, che secondo la professoressa non solo era previsto dal mondo ma anche e soprattutto dalla donna che infatti aveva presentato un esposto.

"Non basta e non serve - sottolinea Saraceno - dire che le donne non denunciano, anche perché, quando lo fanno, non vengono ascoltate". La tragedia di Cisterna di Latina somiglia tragicamente a tante altre. Settimane, mesi, anni di fiato sul collo, minacce, stalking, violenze morali e fisiche. Perché esiste "un modello maschile, non maggioritario ma abbastanza diffuso, - afferma la sociologa - che si realizza solo se il femminile lo conferma, che non riesce a reggere di essere lasciato, che è convinto che nessuno può esistere se lui non sta bene". Si tratta di incapacità di esistere al di fuori del rapporto con l'altro, la non accettazione che lei possa vivere senza di lui. "Se tu uomo non ce la fai - dice Saraceno - togliti di mezzo e anzi inverti la sequenza dell'omicidio-suicidio: prima di ammazzare gli altri, ammazza te stesso". C'è poi un altro appello che Saraceno vuole fare, perché le parole sono importanti. "Non chiamatelo amore, la morte non c'entra mai nulla con l'amore. C'è qualcosa di malato nel comportamento all'origine di questi fatti. Qualcosa nel modello di genere che non funziona. "Si tratta- secondo l'esperta - di un modello estremo che ha dentro qualcosa di mortifero come tutti i modelli rigidi".
 

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