Immigrazione, il viaggio dei murid: gli islamici 'ora et labora'

di Fabio De Ponte

Torino, 20 giu. (LaPresse) - "Mi scusi, il y a une place?". Indossa una lunga tunica bianca di lino, è molto tardi e il suo volto è una maschera di stanchezza. Parlando un po' in italiano e un po' in francese, apre la porta dello scompartimento, ed entra col figlio, un uomo sulla trentina. Si siedono sulle poltroncine in tessuto dell'Intercity notte.

Pesanti anelli dorati, panni avvolti sulla testa a formare copricapi da deserto, abbigliamento dai colori accesi ma attentamente coordinati. Salgono a Roma, direzione Torino. Sono circa 25 in tutto, tra loro due donne, tutti senegalesi. Appartengono a una congregazione religiosa islamica, quella dei murid, molto diffusa nel Paese della costa occidentale africana, che insegna la spiritualità e la preghiera attraverso il lavoro. Si stima che un terzo dei senegalesi vi appartenga. Nata nella seconda metà dell'Ottocento dalla predicazione di Amadu Bamba Mbacké, è caratterizzata dal pacifismo e dall'avviamento dei giovani al lavoro in comunità.

"Arriviamo da Ladispoli, dove abbiamo fatto festa l'altro giorno", racconta uno di loro. Le celebrazioni durano quasi un mese e sono itineranti. Tante le tappe: nei giorni scorsi hanno toccato già anche Caserta e Brescia. Proprio nella città lombarda i murid hanno la propria maggiore presenza in Italia. "Siamo in Italia da molti anni, lavoriamo in fabbrica - spiega -". Per questa festa si sono presi un mese di ferie: "Certo, per forza", dice. Sono arrivate in Italia anche delegazioni dal Senegal, dalla Francia, dalla Spagna. Silenziosi e riservati, i murid sono taciturni e non amano le foto.

Rispondono cortesemente ma sinteticamente alle domande. Gente abituata a lavorare molto e a parlare poco.

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