IL PUNTO La morte di Alina Cossu, un mistero lungo 26 anni

Di Francesco Cabras Nuoro, 8 set. (LaPresse) - E' la sera del 9 settembre del 1988, un venerdì, quando Alina Cossu scompare nel nulla dopo essere uscita dal bar-gelateria in cui lavorava nella stagione estiva per pagarsi gli studi universitari. Le poche testimonianze di chi quel giorno la vede la collocano per l'ultima volta nel quartiere Villaggio Verde, lungo il tragitto che porta alla sua abitazione. Poi il buio. Nessuno sa cosa succede nell'arco di tempo fino alle 7 della mattina del giorno dopo, quando il suo corpo viene notato da due pescatori tra gli scogli di Abbacurrente, a qualche chilometro da Porto Torres. La prima ipotesi è che si sia gettata dalla rocca sovrastante, ma basta poco per capire che non è stato così. L'autopsia rivela che la giovane studentessa è stata strangolata. Ma non subito. Prima è stata picchiata, anche con calci alla testa. Si apre l'indagine per omicidio volontario, ma nell'immediatezza non fa passi avanti. La famiglia riceve anche una telefonata anonima in cui una voce di donna dice di sapere chi ha ucciso Alina ed è pronta a raccontare tutto. Non lo farà mai. Passano quattro anni e in carcere finisce un giovane operaio di Porto Torres, subito rimesso in libertà e poi prosciolto da ogni accusa dal giudice che rimarca errori e superficialità nel portare avanti l'indagine. A vent'anni dal delitto si registra un'altra possibile svolta. In base al racconto di un testimone, nel mirino degli investigatori finiscono quattro persone, tutte sopra i cinquant'anni. Vengono sentiti altri testimoni, sequestrati un computer e un garage possibile scena del delitto. Con l'aiuto delle nuove tecnologie vengono cercate anche minime tracce che possano aprire uno spiraglio sul delitto. Tre anni di ricerche non portano però a niente, se non alla resa della Procura che chiede l'archiviazione del caso. Nel 2013 il caso viene ufficialmente riaperto alla luce di nuovi elementi e al centro delle attenzioni tornano tutti gli ex indagati, tranne uno che, da tempo malato, nel frattempo si è suicidato. Il magistrato chiede che il corpo della studentessa venga riesumato per verificare se sotto le unghie possano essere rimaste tracce che consentano di isolare il dna dell'assassino. La famiglia dà il suo assenso, pur di arrivare a scoprire chi e perché ha ucciso Alina. Il giudice accoglie la richiesta e l'esame viene affidato al professor Ernesto D'Aloja, luminare nel settore che ha già lavorato sul delitto di via Poma e su quello della contessa Alberica Filo Della Torre, all'Olgiata. Le speranze cadono nel maggio scorso: nella sua relazione D'Aloja spiega che nei reperti recuperati non è stato possibile isolare il dna del possibile assassino. Il magistrato non chiede la proroga delle indagini, e il mistero resta tale.

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