Generale Mori: A qualcuno conviene tenere in vita l'Isis
Intervista all'ex capo del Sisde sulle nuove sfide del terrorismo e sullo stato di salute della nostra intelligence

"I servizi segreti sono morti l'8 settembre del 43, quando è caduta la cortina di ferro". Il generale Mario Mori, ex comandante del Ros ed ex capo del Sisde in un'intervista a LaPresse passa in rassegna lo stato di salute della nostra intelligence e sulle nuove sfide del terrorismo dice: "L'Isis, se si vuole, in due mesi sparisce ma a qualcuno conviene tenerlo in vita".

Ha presentato recentemente il suo ultimo libro che racconta la storia dell'intelligence italiana: 'Servizi e segreti', edito dalla casa editrice G-Risk. Uno strumento per chi voglia avvicinarsi alla materia, che ripercorre fatti e momenti salienti dei nostri servizi dall'epoca pre-romana fino ai giorni nostri.

Generale Mori, in che stato di salute sono i nostri servizi segreti?

Non stanno bene, perchè per troppi anni non sono stati curati dai governanti. Hanno una base buona, ma l'alta dirigenza è carente. E' stata nominata da persone che tenevano in considerazione più l'aspetto politico che quello tecnico-professionale. In Italia non c'è una concezione seria del ruolo dei servizi, il nostro politico non ha una scuola. Noi abbiamo azzeccagarbugli, il 40% sono avvocati, non sanno neanche che cosa sia un servizio, gli altri saranno arruffapopoli. La politica ha una crassa ignoranza su come si gestisce un servizio. Faccio solo due eccezioni: Francesco Cossiga e Marco Minniti, tutti gli altri nulla.

Quindi, vista la fotografia, che pericolo corre l'Italia con il terrorismo internazionale? L'Isis è una minaccia?

L'Isis è frutto di uno scontro politico interno al mondo musulmano tra sunniti e sciiti. L'Isis è uno strumento di lotta, non è un protagonista indipendente con prospettive di lungo termine. Quando decidono gli americani e i russi, in due mesi sparisce, perché non c'è nessuna consistenza. Adesso forse conviene a molti tenerlo in piedi.

Nella strategia del terrorismo internazionale c'è anche la pratica dei rapimenti, che vengono molto spesso utilizzati per finanziare l'acquisto di armi. E' risaputo che l'Italia paga i riscatti, come giudica questa prassi?

Il problema è che noi siamo stati costretti a dirlo, ma pagano anche gli altri. Lo fanno anche francesi e americani. Poi c'è da sottolineare una cosa: ci sono diversi modi di pagare: tirare fuori il portafoglio oppure fare un favore.

Vista la sua storia, lei si è fatto un'idea su cosa sia accaduto a Regeni?

Bisognerebbe conoscere la vita di questo ragazzo. Quando vai in determinate zone, devi fare mente locale della situazione di quel Paese in quel determinato momento storico. Non si può andare al Cairo e comportarsi come fossimo a Milano o a Roma, questo è certo.  Ci sono molti casi di gente che sparisce perché si trova a fronteggiare situazioni molto diverse.

Perchè il costo dei servizi segreti è così alto? 

Prima di tutto un agente dei servizi si deve pagare più di un poliziotto, perché rischia di più. Gli agenti non lavorano con i sistemi della polizia giudiziaria, non possono arrivare nei posti e fare perquisizioni con un ordine. Si devono inserire: o tirano fuori i soldi oppure non lavorano. Questa è la realtà: nei servizi si lavora con i soldi. E' un lavoro sporco? Sì. Ma la gente non ti aiuta se non c'è un ritorno. Anche il Papa ha un prezzo. Non venale, ma se gli promettiamo, ad esempio, che convinciamo il patriarca di Mosca Cirillo a riunirsi con la Chiesa cattolica, sicuramente il Papa si mette a disposizione.

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