Femminicidio, una rete contro la violenza e l'isolamento
L'esperienza sul campo di Elena Bigotti, avvocata del Foro di Torino e componente del direttivo di Telefono Rosa di Torino

Quando scattano gli strumenti legali che ha a disposizione una donna dopo i quali segnali potete iniziare un percorso di tutela?

La rete si attiva nel momento in cui la donna segnala la violenza, segnalazione che può fare sia in un centro antiviolenza, sia alle forze dell'ordine, sia nei casi più gravi negli ospedali. Non ci sono indici di gravità che rendono la segnalazione più o meno credibile per fare attivare la rete: quando la donna fa questo passo, un passo di coraggio, segnalano non tanto un primo e unico episodio quanto una vera e propria storia.

Quando arrivano da voi, dunque, hanno un "pregresso" già molto consistente?

Sì, la violenza che noi trattiamo, relazionale, ha spesso un vissuto alle spalle e ha anche un trend di manifestazione che spesso ha elementi comuni. Si inizia con qualche segnale di controllo e gelosia, di oggettivazione della donna, poi la violenza, non solo fisica ma anche economica o psicologica. Poi c'è un isolamento della donna, si arriva a un episodio molto forte dopo di che c'è una fase in cui l'uomo chiede scusa e c'è il tentativo di riconquista. Quando la donna ritorna nella spirale del quotidiano, si alza il tiro della violenza.

Come si attiva dunque la rete?

La rete si può attivare solo se la donna parla, se contatta un centro o un'istituzione. In questo ha molta importanza anche la rete amicale, affettiva, che ha intorno. Noi lavoriamo molto con le figure "positive" che queste donne hanno intorno e che spesso gli aggressori tendono a isolare. A volte sembra però che tutto questo non basti, non funzioni.

Come mai?

Perché c'è una violenza maschile molto forte, difficile combatterla se non si mette in campo anche una coscienza maschile a contrasto. Importante agire su un piano culturale, di stigmatizzazione delle violenze da parte dei tanti uomini che violenti non sono. Essi devono isolare chi invece lo è.

Sono moltissimi i casi di gravi violenze e denunce alle forze dell'ordine poi sfociati in femminicidi. Cosa manca?

Il problema non è tanto una mancanza dal punto di vista legislativo: il problema è incrociare tutti gli aspetti di cui ho finora parlato. Ci vuole esperienza, preparazione ad hoc e sensibilità: le leggi le abbiamo, sono buone, abbiamo un impianto articolato, complesso, migliorabile ma attivabile. Ovviamente se denuncio devo avere un pronto intervento, non posso aspettare 9 mesi. Bisogna mettere a disposizione risorse pubbliche destinate affinché ci siano corsie preferenziali di intervento che deve essere celere come devono esserlo i processi. Necessaria anche una copertura economica di sistemazione, per le case rifugio ad esempio. Ci vuole preparazione e sensibilità in tutti, anche in voi giornalisti, che spesso costruite un immaginario che parla di "raptus", di "casi isolati", che rendono altre da noi queste vicende. I legali, anche, devono essere preparati, conoscere le reti attivabili sul territorio, così come poliziotti e giudici. Sono molti elementi, che devono funzionare tutti insieme.

Nella violenza relazionale è insito un aspetto economico importante: per la donna che denuncia e vuole lasciare la famiglia, come funziona la rete di supporto abitativo?

Tutti i centri antiviolenza sono collegati con degli enti locali di Regione e Comune: ognuno ha un numero, non elevato, di case rifugio. Attraverso il contatto con il centro o coi servizi sociali di zona si possono attivare dei percorsi attraverso i quali la donna che denuncia viene collocata in una di queste strutture per un tempo normalmente limitato, sei mesi, che diventano dodici in alcuni casi. In questo modo si riesce a far fronte le situazioni più gravi dal punto di vista abitativo.

A volte manca invece un vero e proprio sostegno economico...

L'aspetto economico è invece più debole, perché le risorse sono limitate, o così almeno sono narrate. Penso che potrebbero esserci: una strada sarebbe quella di riconoscere un assegno o un'indennità a chi denuncia. Devo dire che il legislatore recentemente ha previsto, per i dipendenti tramite l'Inps, di avere un'indennità se deve assentarsi dal lavoro per una violenza.

Per quanto riguarda la prevenzione come reputa il lavoro da fare sui giovanissimi, magari nelle scuole?

Noi lavoriamo con ragazzi delle superiori e dell'Università. Nel caso dei più giovani vediamo una tendenza a usare le nuove tecnologie per esercitare prime forme di controllo, magari guardando i social della partner. Un segnale che deve far preoccupare quando diventa un'ossessione. Tuttavia, e i dati, lo confermano, le coppie giovani registrano meno casi di violenza: questo perché le giovani denunciano prima ed escono prima dai rapporti "disfunzionali". C'è una buona ricaduta degli strumenti educativi perché questi diventino strumenti di tutela. Importante sui ragazzi lavorare perché si rendano conto che la violenza è un aspetto che li riguarda: i maschi la considerano esistente solo se li toccano da vicino, altrimenti rimane una cosa esterna.

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