Editoria, Nechifor: Straniero qui non può fare direttore

Di Ilaria Liberatore

Torino, 3 dic. (LaPresse) - In Italia, se vuoi fare il giornalista, il percorso che hai davanti non è semplice. Se poi sei anche di origini straniere, anche se magari vivi nel Bel Paese da quando eri bambino e hai frequentato scuole e università italiane, allora la strada è ancora più in salita. L'ennesima prova di tale beffa è la vicenda di cui sono protagonisti il sito 'Prospettive altre' e l'Associazione nazionale stampa interculturale (Ansi). Il sito raccoglie il lavoro di validi giornalisti di origine straniera, italiani d'adozione (e di fatto); nel giugno scorso, si sono visti rigettare dal Tribunale di Torino la domanda di registrazione che ogni testata deve presentare per poter regolarmente pubblicare nel nostro territorio. La motivazione? La giornalista scelta come direttrice responsabile, Domenica Canchano, non è cittadina italiana. Poco importa se Domenica, 35enne di origini peruviane, viva a Genova da quando aveva 11 anni; poco importa se, nel frattempo, sia diventata giornalista prima di Repubblica, per l'inserto 'Metropoli', e poi del Secolo XIX e se sia riuscita anche a iscriversi all'Ordine dei giornalisti ed entrare nella giunta di Assostampa Liguria. La Legge italiana sulla stampa (n. 47/48), all'articolo 3, parla chiaro: ogni testata giornalistica deve avere un direttore responsabile che sia 'cittadino italiano' e che possieda 'gli altri requisiti per l'iscrizione nelle liste elettorali politiche'. 'Tale legge risale a più di 60 anni fa. Ma l'Italia di allora era molto diversa da quella di oggi', spiega a LaPresse Viorica Nechifor, giornalista rumena in Italia dal 1999, presidentessa dell'Ansi e prima straniera iscritta all'Ordine, nel 2008. 'Una sentenza del genere nega in modo ufficiale la nostra professionalità - spiega -. Dopo anni e anni di battaglie per essere riconosciuti in Italia, questo rigetto ci chiude le porte in faccia e ci dice 'Siete giornalisti solo a metà'.

Una beffa tanto più grave, se si considera che tale rigetto non tiene conto di un parere del Ministero di Grazia e Giustizia del 2013 (pubblicato nel marzo 2014), sollecitato dal Consiglio nazionale dell'Ordine dei giornalisti, che considerava abrogato il requisito della cittadinanza italiana per diventare direttori responsabili di una testata. Così come ignora che anche l'Unar (Ufficio nazionale anti discriminazioni razziste), nel 2011, aveva definito discriminatorio il requisito di cittadinanza italiana per i direttori responsabili. A ciò si aggiungono un parere dello stesso Ministero del 2005, che stabilisce che 'non appare possibile opporre rifiuto basato sulla cittadinanza all'iscrizione all'albo professionale, in presenza del possesso dei necessari requisiti'; e, infine, il Testo unico sull'immigrazione del 1998 che dispone che 'lo straniero regolarmente soggiornante nel territorio dello Stato gode dei diritti in materia civile attribuiti al cittadino italiano'. 'Mi sembra che, in questa vicenda, si sia data una risposta sbagliata a una richiesta che corrispondeva a un'esigenza giusta'. Così Carlo Federico Grosso, avvocato e professore ordinario di Diritto penale all'Università di Torino, commenta a LaPresse il rigetto. 'Possiamo dire che il parere del Ministero della Giustizia del 2013 abbia implicitamente abrogato il requisito di cittadinanza della legge del 1948, requisito che, in ogni caso, sarebbe illegittimo costituzionalmente, perché in contrasto con l'articolo 21 della Costituzione che riconosce a tutti coloro che operano sul territorio italiano di usare i mezzi della stampa senza limitazioni - aggiunge Grosso -. In ogni caso, se non si può accettare tale abrogazione implicita, si potrebbe portare la questione davanti alla Corte costituzionale, ma per fare questo sarebbe stato necessario portare la questione davanti al Tar'. 'Sappiamo che il ricorso al Tar avrebbe risolto il problema più velocemente. Ma la soluzione così ottenuta sarebbe stata temporanea: il problema si sarebbe riproposto in futuro con un'altra testata per la quale si sarebbe dovuto ripercorrere lo stesso iter - spiega Nechifor -. Il nostro obiettivo, invece, è cambiare la legge definitivamente ed eliminare il requisito di cittadinanza una volta per tutte. Ora stiamo valutando cosa fare con i nostri legali e credo che faremo un'azione civile antidiscriminatoria, ovvero contesteremo il fatto che a Domenica non è stato riconosciuto il diritto di poter lavorare come direttore. Queste cose però richiedono non solo tempo ed energie, ma anche soldi, ed è un aspetto che dobbiamo considerare'.

E poi c'è il punto di vista del Tribunale di Torino, che ha posto il veto su 'Prospettive altre'. In merito al parere del ministero della Giustizia del 2005, il giudice che ha firmato il rigetto, Maria Cristina Contini, spiega a LaPresse: 'Quel provvedimento parla di 'albo professionale' in generale, ma non si riferisce in modo esplicito alla professione giornalistica che, sappiamo, ha implicazioni diverse dal lavoro di un medico o di un ingegnere (perché comporta 'l'esercizio di poteri e facoltà latamente 'politici'', come si legge nel rigetto, ndr)'. Ma le facciamo notare che, nell'oggetto del documento, il Ministero cita esplicitamente l' 'attività giornalistica' e che, quindi, sia nel 2005 che nel 2013, da via Arenula c'è stata una certa chiarezza sulla possibilità, per un cittadino di origini straniera operante in Italia, di fare il giornalista, e il giudice insiste: 'In sede amministrativa non c'era la possibilità di dare un parere differente, pur essendo noi consapevoli che la legge del 1948 è vecchia e si basa su una realtà completamente diversa da quella in cui viviamo oggi'. E anche lei ci spiega che 'Il rigetto non è vincolante e si può sempre reclamare'. Ma, abbiamo visto, l'Ansi vuole una soluzione definitiva, e comunque un ricorso costa. Chiediamo quindi al giudice se, da un punto di vista non strettamente legale, il rigetto non le sembri un po' discriminatorio: 'A me sembra quello che è scritto nel provvedimento', risponde Contini, e non c'è modo di farsi dire altro.

'La nostra è una battaglia di principio, per far si che chi verrà dopo di noi abbia la strada spianata - continua Nechifor -. Abbiamo tutti gli strumenti per combattere questa lotta ed è un dovere per le generazioni future'. E' per questo che l'Ansi vuole evitare escamotage come, ad esempio, l'iscrizione agli albi speciali dei giornalisti stranieri ('lavoriamo in Italia per testate italiane, non ha senso farlo', spiega Nechifor) e la nomina di direttori italiani ('è stata una via di fuga in passato, ma contraddittoria: che senso aveva avere giornali in lingua straniera su argomenti di cultura straniera, con un direttore italiano che magari manco parlava quella lingua?'). Ma cosa ci guadagnerebbe, il giornalismo italiano, a dar spazio alle voci di professionisti di origine straniera? 'Quello che guadagnerebbero tutti gli altri campi, dall'insegnamento al commercio, a tutto il tessuto socio-culturale - sottolinea la presidentessa dell'Ansi -. E cioè una pluralità di idee, di voci. La stampa rispecchierebbe la società, cosa che non mi pare faccia, oggi. Ci sono delle resistenze che vanno superate'. 'A forza di assecondare questo tipo di informazione sull'immigrazione - continua - in questi anni si sono radicati molti luoghi comuni. Che si sarebbero potuti combattere, se ci fosse stato un dialogo con i colleghi stranieri, se avessero potuto dare la loro opinione, il loro punto di vista'.

'Noi giornalisti di origine straniera siamo visti come una realtà troppo minoritaria, magari chissà, siamo anche considerati un rischio se puntiamo ai lavori che la maggior parte della prima generazione non ha osato o potuto fare'. Questo è invece il parere di Paula Baudet Vivanco, giornalista e sindacalista di origini cilene, segretaria nazionale dell'Ansi. 'Forse è anche per questo che così pochi giornali (a parte Repubblica e alcune testate specializzate, ndr) hanno parlato del rigetto del Tribunale di Torino - spiega Baudet Vivanco -. Soprattutto, i media italiani sono abituati a parlare molto di emergenza e ultimi arrivi e poco di immigrazione strutturale e, quando lo fanno, al massimo parlano di muratori e lavoratrici di cura o della peggiore cronaca, in cui gli stranieri sono vittime o carnefici'. Tuttavia, nella loro battaglia l'Ansi e i suoi giornalisti hanno l'appoggio di molte associazioni, tra cui l'Asgi (Associazione per gli studi giuridici sull'immigrazione), l'Ordine dei giornalisti (in particolare nella persona del presidente Enzo Iacopino, che ha contattato il Ministero di Giustizia), il sindacato della stampa Fnsi e il Cospe (Cooperazione per lo sviluppo dei Paesi emergenti). 'Non vogliamo essere pionieri del giornalismo multiculturale in Italia - conclude Nechifor -. Vogliamo semplicemente che si accorgano di noi e della nostra professionalità e, se così non sarà, faremo rumore'. 'Oggi il nostro compito come Ansi - chiosa Paula Baudet Vivanco - sarà di far capire alla società italiana, politici e giornalisti compresi, che la nostra legge sulla stampa, nell'Italia di oggi, non può presentare una discriminazione del genere, è un esempio di terribile arretratezza. Del resto stiamo parlando di una delle principali leggi dell'attuale democrazia'. La strada finora è stata più volte spianata, basta accogliere il lavoro già fatto e, soprattutto, ricordarsi dell'articolo 21 della nostra Costituzione che stabilisce che 'la stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure'.

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