E' morto in carcere il boss Totò Riina. Cei: "Nessun funerale pubblico"
E' deceduto nella notte a Parma alle 3 e 37. Dal 1993 al 41bis, si porta dietro i suoi segreti. E nonostante la segregazione era rimasto il capo della mafia

Toto Riina, il "boss dei boss" è morto nella notte alle 3 e 37 nel Reparto detenuti dell'ospedale di Parma in regime di 41 bis. Aveva appena compiuto (proprio ieri) 87 anni. Le sue condizioni si erano aggravate dopo due interventi chirurgici a cui era stato sottoposto nelle scorse settimane. "È morto proprio da mafioso. Ma noi non stiamo festeggiando, perché non siamo come loro. Certe cose non si possono perdonare", ha commentato a LaPresse Tina Montinaro, vedova di Antonio Montinaro, capo della scorta di Giovanni Falcone, morto insieme al magistrato nella strage di Capaci del 23 maggio 1992.

La famiglia. Con parere positivo della Procura nazionale antimafia e dell'amministrazione penitenziaria, il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, aveva firmato il permesso per consentire alla moglie Ninetta Bagarella e ai figli del boss di visitarlo in ospedale. Su Facebook Salvo, terzogenito dei quattro figli, lo ha salutato così: "Per me tu non sei Totò Riina, sei il mio papà. E in questo giorno per me triste ma importante ti auguro buon compleanno papà. Ti voglio bene, tuo Salvo". La figlia Maria Concetta Riina, invece, ha cambiato la sua immagine di copertina su facebook e ha pubblicato due immagini in bianco e nero: una rosa scura e il volto di una donna con il dito davanti alla bocca che intima il silenzio e la scritta 'shhh...'. Poco prima, come foto del profilo, aveva scelto il famoso murales di Banksy che ritrae la bambina a cui scivola un palloncino rosso a forma di cuore dalle mani. Sotto, decine di messaggi con la scritta "Condoglianze".

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Ed è subito polemica sui funerali. "Funerali pubblici per Totò Riina? No, la posizione della Chiesa è chiarissima", ha fatto sapere a LaPresse don Ivan Maffeis, portavoce della Cei, riferendosi alla scomunica del Papa ai mafiosi. "Per noi la solidarietà alle vittime e ai parenti delle vittime è di massima importanza e basterebbe questo a dire da che parte sta la Chiesa. Noi prima di tutto pensiamo a quante persone sono morte per non cedere al peso della criminalità, per non piegarsi. Poi c'è tutto un discorso di contrasto attivo alla mafia che noi ci impegniamo a fare cercando di educare le coscienze. Servono segnali concreti, come l'opera di Libera, il coinvolgimento dei giovani e delle piazze".

Strage del rapido 904. Come conseguenza della morte di Totò Riina si estinguerà a Firenze il processo di appello sulla strage del treno Rapido 904 del 23 dicembre 1984. Il boss mafioso era l'unico imputato con l'accusa di essere mandante, determinatore e istigatore dell'attentato che costò la vita a 16 passeggeri e dove rimasero ferite 267 persone.

In primo grado, il 14 aprile 2015, venne assolto dalla Corte d'assise di Firenze "per non aver commesso il fatto". Il 21 dicembre prossimo, data in cui si doveva tenere l'udienza per la composizione di un nuovo ruolo per il rinnovamento dell'istruttoria dibattimentale, la corte di assise di appello prenderà atto del decesso di Riina dichiarando il processo chiuso per la morte del presunto reo. Per la strage del Natale 1984 sono stati già condannati in concorso, in via definitiva, i boss Giuseppe Calò, Guido Cercola, Franco Di Agostino e l'artificiere Friedrich Schaudinn.

La malattia. Nell'ultimo periodo, Riina soffriva di numerose patologie, era "completamente dipendente" dall'aiuto degli infermieri "in tutti gli atti quotidiani", aveva "difficoltà nel compiere qualsiasi movimento" e non riusciva a parlare normalmente. Il boss però fino a pochi mesi fa era "vigile e collaborante, discretamente orientato nel tempo e nello spazio" e dunque capace di stare in giudizio. Dopo l'estate, però, le sue condizioni sono precipitate. Dal legale del boss Luca Cianferoni filtrano un "no comment" e la richiesta di "massimo riserbo e silenzio".

Riina era in carcere dal 1993, dopo l'arresto avvenuto a Palermo in seguito ad una latitanza di 23 anni. Stava scontando 26 condanne all'ergastolo per decine di omicidi e stragi tra le quali quella di viale Lazio, gli attentati del '92 in cui persero la vita Falcone e Borsellino e quelli del '93 a Firenze, Roma e Milano. Fu proprio lui a decidere di inaugurare la stagione delle bombe e degli attacchi allo Stato. Il super boss non ha mai lasciato le redini di Cosa Nostra. Tre anni fa, in carcere a Opera, continuava a minacciare di morte i magistrati e prendeva di mira il pm Nino Di Matteo, che stava indagando sulla trattativa Stato mafia.

Il dibattito sulle condizioni di salute del boss e sull'ipotesi della scarcerazione era stato avviato mesi fa ma, dopo le aperture della Cassazione, il tribunale di sorveglianza di Bologna aveva rigettato la richiesta di differimento pena che era stata avanzata dagli avvocati. La richiesta era stata accolta dalla Suprema corte con questa motivazione: si deve affermare il "diritto" di ogni detenuto a "morire dignitosamente". 

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