Cosenza, frutta per ripulire soldi droga: arresti nel clan Muto

Cosenza, 14 dic. (LaPresse) - La guardia di finanza di Cosenza, sotto la direzione del procuratore aggiunto della Dda Giovanni Bombardieri e del Sostituto procuratore antimafia Pierpaolo Bruni, ha fermato un 40enne di Cetrato, un 38enne, un 27enne e un 26enne, tutti accusati di essere legati alla cosca Muto e di aver dato vita ad un imponente traffico di stupefacenti. Si conclude così un'indagine durata più di un anno, che ha consentito di smantellare il sodalizio e di svelare come la 'ndrangheta cetrarese impiega i capitali provento della vendita di droga.

I finanzieri hanno anche sequestrato un ingrosso e due punti vendita al dettaglio di frutta e verdura fittiziamente intestati ad alcuni prestanome ma di fatto gestiti dal pluripregiudicato Michele Iannelli alias 'Tavolone'. Dopo un anno di intense attività, la Dda di Catanzaro, partendo dagli elementi emersi nel corso delle indagini, ha emesso i quattro provvedimenti restrittivi volti ad evitare che gli indagati potessero darsi alla fuga e tre decreti di sequestro d'urgenza delle ditte, con lo scopo di porre fine ad un'attività di riciclaggio che, oltre a ripulire i soldi della droga, garantiva ulteriori introiti alla consorteria, condizionando il mercato ortofrutticolo di una vasta area della provincia.

L'indagine è iniziata un anno fa, quando i finanzieri hanno scoperto una vera e propria raffineria di droga sulle alture di Cetraro: un'imponente centrale adibita allo stoccaggio, confezionamento e distribuzione di grosse partite di marijuana e cocaina gestita dalla 'ndrangheta cetrarese.

Migliaia di piante, di cui oltre tremila in fase di essiccazione e altre sessanta pronte per il travaso nonché circa due quintali di erba stipati in cinquanta balle, ciascuna contenente un quantitativo di stupefacente variabile tra i due e i cinque chilogrammi e migliaia di semi di pregiata qualità provenienti probabilmente dal mercato olandese.

Avanzatissimo il sistema utilizzato per la produzione dello stupefacente: un impianto industriale di essiccazione intensiva, completo di apparato di areazione perfettamente funzionante nonché di un sistema di illuminazione, capace di sfruttare al meglio anche la luce naturale - per mezzo appositi pannelli trasparenti installati al soffitto - integrato da lampade alogene oltre ad un impianto di irrigazione e di riscaldamento. Ma non solo marijuana. Quattrocento grammi di cocaina, conservata sottovuoto, pronta per essere spacciata e sostanza in polvere utilizzata per il taglio; strumenti e contenitori necessari per il confezionamento dello stupefacente e tre ciclomotori rubati.

A protezione della droga e dell'intera area utilizzata per l'illecita produzione i malviventi avevano installato un sofisticato impianto di videosorveglianza attraverso il quale riuscivano a controllare tutti i 'movimenti' che, però, nulla ha potuto nei confronti della destrezza e tenacia posta in campo dai finanzieri. All'interno un tesoro da circa 10 milioni di euro che gli affiliati alla cosca Muto intendevano difendere con ogni mezzo. I finanzieri, infatti, nel corso delle perquisizioni hanno trovato due pistole, un fucile a pompa, due carabine e migliaia di munizioni.

Oltre alle armi e alla droga i militari hanno scoperto quello che si è rivelato essere il libro mastro del clan: vendite di grosse partite di stupefacenti, acquisti di materiale utile per la coltivazione e lo stoccaggio della marijuana e per il taglio della cocaina e, soprattutto, la spartizione dei proventi tra i quattro fermati che compaiono sistematicamente in ogni appunto ove si procede alla spartizione degli utili. Mesi di lavoro hanno portato gli investigatori a decriptare cifre e sigle, riuscendo a dare un nome ed un volto ai componenti del sodalizio e riuscendo a ricostruire un volume d'affari di enormi proporzioni.

Come dimostrato Michele Iannelli, leader della consorteria, riciclava gli ingenti proventi in una serie di attività commerciali dalle lecite parvenze, punti vendita di prodotti ortofrutticoli che il pluripregiudicato, già colpito da misure cautelari reali per essere stato coinvolto in altre inchieste della Dda di Catanzaro, aveva intestato ad una serie di prestanome tra cui lo stesso Onorato. Era infatti Iannelli ad occuparsi della gestione dei tre esercizi commerciali, pretendendo dai suoi collaboratori ordine e disciplina, rimproverandoli per i ritardi nelle consegne o per le mancate riscossioni dei crediti. Quando i vari attendenti si dimostravano incapaci nel farsi pagare dai clienti era lo stesso Tavolone a farsi avanti per risolvere le pendenze sfruttando fama e stazza fisica.

Nei confronti delle teste di legno, a loro volta denunciati per la normativa antimafia in materia di intestazioni fittizie, sono state estese le attività di perquisizione che hanno consentito il sequestro di altra documentazione che potrebbe rivelarsi utile per consolidare le posizioni dei fermati.

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