"Negati diritti umani a Provenzano". Strasburgo condanna l'Italia

Nel mirino la decisione di rinnovare l'applicazione del regime speciale di detenzione del 41bis fino alla morte del boss. Ira Di Maio e Salvini: "Il carcere duro non si tocca"

La Corte europea dei diritti dell'uomo (Cedu) di Strasburgo ha condannato l'Italia per aver rinnovato il regime speciale di detenzione del 41 bis, il carcere duro previsto per i reati di mafia e terrorismo, a Bernardo Provenzano, dal 23 marzo 2016 fino alla sua morte, il 13 luglio dello stesso anno.

Morto a 83 anni nell'ospedale San Paolo di Milano, dove era ricoverato da più di due anni, 'Zu Binnu', o 'Binnu u tratturi', com'era chiamato per la sua violenza, ha governato Cosa Nostra dal '93 al 2006. Tradito da un pizzino e arrestato nel 2006 in un casolare a pochi passi da dove era nato, a Corleone, condannato a più ergastoli, era stato messo al 41 bis dopo che nel carcere di Novara era riuscito a comunicare con l'esterno. Il regime di detenzione speciale prevede invece restrizioni alle visite della famiglia, divieto di utilizzo del telefono e controllo della corrispondenza per evitare che si possano impartire ordini anche da dietro le sbarre.

In prigione prima a Parma, dove il boss tenta il suicidio, e poi a Milano, Provenzano vede peggiorare le sue condizioni di salute fisiche e cognitive, anche a causa del Parkinson di cui soffre. Tra il 2013, quando inizia a essere alimentato artificialmente, e il 2016 la famiglia chiede la sospensione della pena e la revoca del 41 bis, ma secondo i giudici le cure ricevute a Parma e Milano sono adeguate. La questione arriva a Strasburgo, che però non ha individuato nessuna violazione sulle condizioni di detenzione.

Quanto all'articolo 3 della Convenzione, che vieta trattamenti inumani o degradanti, Provenzano aveva lamentato cure mediche inadeguate in prigione e la continuazione del 41 bis, a dispetto delle sue condizioni di salute. La Cedu rileva in effetti "un grave deterioramento cognitivo", il che poteva mettere in dubbio la persistenza della pericolosità del boss, fatti che non sarebbero stati tenuti debitamente in considerazione dal ministero della Giustizia.

La Corte si dice "non persuasa che il governo abbia dimostrato in modo convincente che l'applicazione estesa del regime 41 bis nel 2016 fosse giustificata". Per contro, sottolinea che "la detenzione non può essere considerata incompatibile con le sue seppur gravi condizioni di salute e l'età avanzata". Per questo la richiesta di risarcimento avanzata dalla moglie del boss e dal figlio Angelo di 150mila euro, più 20mila per le spese legali, è stata respinta; il riconoscimento della violazione è considerato sufficiente a compensare il danno non patrimoniale subito.

"Il 41 bis non si tocca", tuonano il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, e il vicepremier Luigi Di Maio, che rincara l'attacco ai giudici di Strasburgo: "Non sanno di cosa parlano! I comportamenti inumani erano quelli di Provenzano".

Una nuova occasione di scontro anche secondo l'altro vicepremier, Matteo Salvini, per cui la condanna è una "ennesima dimostrazione dell'inutilità di questo ennesimo baraccone europeo. Per l'Italia decidono gli italiani, non altri".

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