Conclave, tra gepolitica e Curia: Da Bagnasco a Tagle

Di Ettore Boffano

Città del Vaticano, 2 mar. (LaPresse) - Può la geopolitica condizionare la Chiesa e decidere chi sarà il successore di Benedetto XVI? E la Curia vaticana, invece, è ancora così forte e così in grado da stoppare la possibilità che sul futuro papato si possa allungare l'influenza degli episcopati emergenti, da quello africano a quello asiatico? Per affrontare questi due interrogativi è bene cercare di dare una risposta innanzitutto al secondo di essi. Rovesciando però diametralmente la questione e riflettendo dunque non tanto sul potere che ancora detiene la Curia vaticana, ma soprattutto sulla profonda crisi in cui essa versa da anni e che lo 'scandalo del Corvo' prima e adesso le dimissioni di Ratzinger hanno evidenziato in tutta la sua ampiezza e gravità. Dunque, il problema del prossimo Papa non sarà di essere espressione della Curia, ma piuttosto di cambiarla e riformarla profondamente, probabilmente cominciando con il cancellare i suoi assetti attuali.

Se così dovrà essere, fanno osservare all'interno delle Mura Leonine, allora potrebbe accadere che il nuovo Pontefice possa essere davvero espressione (come non accade dall'ormai lontano 1978 e cioè dall'elezione di Papa Albino Luciani) del gruppo di cardinali italiani che è ancora quello nazionale più rappresentato nel Conclave e, all'interno di esso, tra gli stessi prelati europei. In questo caso, però, non si tratterebbe di un segnale di forza per l'episcopato italiano, ma piuttosto di un'investitura sulla fiducia, perché siano proprio gli "italiani" a rimediare a ciò che di negativo è accaduto nella Curia vaticana.

Quegli "italiani" che, sin dall'elezione di Karol Wojtyla, hanno dominato in Vaticano (prima col segretario di Stato Angelo Sodano e poi con il suo successore, Tarcisio Bertone) e ai quali il resto dell'episcopato mondiale sembra adesso chiedere conto di vicende che possono aver pesato anche sulla scelta di Benedetto XVI. I cardinali, dunque, potrebbero eleggere proprio un italiano, con un mandato quasi ultimativo: "Rimedia a ciò che gli altri tuoi confratelli hanno fatto in Curia, riformandola a fondo...".

Se così accadesse, però, è molto probabile che non sia un cardinale italiano che appartiene alla Curia il prescelto, ma piuttosto un 'pastore' impegnato in una diocesi. In questo caso, sembrano in crescita le chance di Angelo Bagnasco, cardinale arcivescovo di Genova e presidente della Conferenza episcopale italiana, un outsider che però potrebbe raccogliere i consensi di chi ha apprezzato la sua netta inversione di tendenza rispetto sia alla precedente gestione di Camillo Ruini (e a quel collateralismo politico, neppure troppo celato, al centrodestra in Italia) sia al tentativo del segretario di Stato (e attuale Camerlengo) Tarcisio Bertone - che lo aveva preceduto come arcivescovo di Genova - di farne solo una longa manus della Curia nell'episcopato e negli affari italiani. Di segno più 'geopolitico', invece, e in parte indipendente dal problema della Curia vaticana, appare la 'lettura' di chi guarda piuttosto al futuro Papa come al 'pastore' che dovrà guidare la Chiesa verso un percorso di ulteriore globalizzazione: non solo libertasi definitivamente dalla concesione 'romanocentrica' ed europea, ma capace addirittura di interpretare il proprio futuro soprattutto con attenzione all'Asia e comunque all'Oriente (dalla Cina, alla Mongolia, alle Filippine e all0 stesso Medioriente).

E l'identikit di questo possibile Pontefice viene delineato così: un 'giovane' ormai estraneo all'eredità del Secolo Breve e della II Guerra Mondiale: la Guerra fredda. Nello stesso tempo, anche un buon conoscitore della realtà asiatica, probabilmente un 'non occidentale'. Ragionamenti che secondo alcuni sembrano condurre alla figura dell'attuale arcivescovo di Manila Louis Antonio Tagle: un pupillo di Ratzinger che lo volle cardinale ancora giovane (il 'primate' filippino è nato nel 1957), considerato 'molto saldo' sui principi della tradizione cattolica, ma da lungo tempo anche collaboratore e autore di quella "scuola di Bologna", guidata da Giuseppe Alberigo e poi da Alberto Melloni, che sui temi della fede e della Chiesa si rifà all'esperienza di Giuseppe Dossetti.

Sullo sfondo di questi ragionamenti, resta infine la questione mediorientale, sia per l'attenzione cattolica al mondo palestinese e arabo, sia per quanto riguarda i rapporti tra la Chiesa e Israele. Relazioni sui quali le dimissioni di Ratzinger hanno sollevato una cappa di inquietudine, se è vero che sono numerosi i messaggi ufficiali della politica israeliana e quelli ufficiosi dei rabbini nei quali ci si augura che anche con il nuovo Papa prosegua l'attuale 'buon vicinato' con la realtà israeliana. E che tale questione mediorientale pesi (e molto) sulle scelte della Chiesa è simboleggiato, in questi giorni, anche dall'organizzazione mediatico-televisiva che si sta allestendo attorno al Conclave. Per la prima volta, infatti, sarà presente la televisione turca con una sua troupe, mentre se otto anni fa (quando fu eletto Ratzinger) i grandi network televisivi mondiali avevano spostato a Roma le strutture tecniche e gli editor di stanza in Iraq e in Afghanistan, questa volta a spostarsi sono stati i mezzi, le troupe e i giornalisti che normalmente operano nel Medioriente (dal Cairo a Gerusalemme) e ne spiegano le vicende. Anche questo, dunque, un segno dei tempi e di un'attenzione particolare.

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