Clima, Cop21, vicepresidente Cai: Servono impegni vincolanti per montagna

Milano, 27 nov. (LaPresse) - A Parigi, tra pochi giorni, si sentiranno anche la voce delle Alpi e quella dell'Himalaya. Finora poco considerata nel grande dibattito sul riscaldamento globale, anche la montagna reclama attenzione alla vigilia della Cop21, la conferenza sul clima che prenderà il via lunedì 30 novembre nella capitale francese. A rappresentare le "terre alte" sarà l'Uiaa, l'organizzazione internazionale che raggruppa 80 associazioni alpinistiche nazionali e che lo scorso 23 ottobre a Seoul ha approvato all'unanimità una risoluzione proposta dal Club alpino italiano e dalla Federazione alpinistica nepalese, con la quale si presenterà al meeting parigino.

"L'Uiaa avrà una postazione fissa alla conferenza, attraverso la quale farà opera di sensibilizzazione nei confronti dei rappresentanti delle istituzioni. Bisogna sottolineare la necessità di impegni vincolanti e ricordare che l'effetto dei cambiamenti climatici in alta quota si presenta con un'intensità tripla", anticipa Erminio Quartiani, vicepresidente del Cai, mettendo in guardia rispetto a "due effetti opposti ma ugualmente dannosi: da una parte la desertificazione, dall'altra un aumento dei movimenti nei periodi di scioglimento, all'inizio dell'autunno e nella tarda primavera". Detto nel modo più diretto possibile: di questo passo si finirà per svuotare una riserva d'acqua - quella conservata nei ghiacciai - attualmente in grado di coprire tra il 60% e l'80% del fabbisogno globale in termini di consumo domestico, irrigazione, produzione di energia idroelettrica e usi industriali. E, nel farlo, si provocherà dissesto idrogeologico, con un inevitabile corollario di smottamenti.

"Eppure la parola 'montagna' non era nei documenti preparatori alla conferenza", commenta Quartiani, che segnala come priorità "un fondo capace di garantire un rapporto solidale tra aree montane e metropolitane". Un patto che permetta chi sta in alto, e subisce in larga parte i danni ambientali provocati da chi sta in pianura, abbia le risorse per continuare a occuparsi della propria terra, senza doverla abbandonare.

Agli Stati generali sul clima dello scorso 22 giugno, lo stesso vicepresidente del Cai ha presentato di fronte al ministro dell'Ambiente, Gian Luca Galletti, quelle che sono le richieste dell'associazione. "Ci sono proposte sulle quali possiamo muoverci in prima persona, come l'incentivo alla manutenzione e all'utilizzo dei sentieri o il blocco della circolazione sugli stessi sentieri dei mezzi a motore. Altre invece spettano alla politica, che dovrebbe impedire la costruzione di nuove strade di accesso turistico, fare leggi che favoriscano il riuso dei terreni abbandonati, agevolare i rifugi alpini che non si sono trasformati in semplici alberghi e incentivare l'agricoltura di montagna, per fare qualche esempio", spiega ora Quartiani, soffermandosi sulla situazione dell'Italia e segnalando che tutte queste considerazioni faranno parte dei materiali che il governo porterà con sé a Parigi la prossima settimana.

Quale sarà l'esito della conferenza - in cui si punta da più parti a contenere entro i 2 gradi il surriscaldamento e a ridurre entro il 2030 del 40% le emissioni di Co2 - ancora non lo si può sapere. Intanto, però, la montagna italiana ha già iniziato a pensare a quella che sarà la fase successiva, nella quale dagli impegni si passerà alle azioni. "A settembre si è costituita l'Alleanza per la montagna - ricorda Quartiani - che vede partecipare Cai, Uncem e Federbim, il Collegio delle guide alpine, la Società speleologica italiana, l'Università della Montagna di Edolo, l'Associazione alpinistica Giovane Montagna, la Fondazione Angelini e l'Intergruppo parlamentare per lo Sviluppo della montagna". Un ampio fronte di stakeholder delle terre alte che promette di impegnarsi al fianco delle istituzioni, non appena si saranno prese decisioni. D'altra parte, che sia tempo di agire è piuttosto evidente. Come chiari sono i pericoli che, nello specifico, correrebbe l'arco alpino se non si ponesse un freno al riscaldamento globale e all'abbandono dei territori montani: prima di tutto un rischio frane sempre più elevato, quindi un problema energetico, visto che il 16% dell'energia pulita prodotta nel Paese è ottenuto attraverso l'idroelettrico con dighe poste a monte.

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