Carceri, torna in cella il boss Zagaria: era ai domiciliari da aprile
Carceri, torna in cella il boss Zagaria: era ai domiciliari da aprile

Si assottiglia sempre più la lista dei boss da rimandare dietro le sbarre

Torna in carcere al 41 bis il boss dei casalesi Pasquale Zagaria, dopo i cinque mesi di arresti domiciliari concessi durante la pandemia. Da aprile 'Bin Laden', 60 anni e un cancro, ha vissuto a casa di un parente in terra lombarda, a Brescia, la più colpita in Italia dal temuto virus. Prima di tale data si trovava in isolamento nel blindato penitenziario di Sassari: l'ospedale della città sarda, secondo il tribunale di sorveglianza, non era più in grado di prestargli le cure necessarie.

A distanza di settimane, martedì mattina Zagaria è stato trasferito a Opera. Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede ha accolto le proposte della Direzione nazionale antimafia e della Direzione distrettuale antimafia di Napoli e ha firmato il decreto con cui ripristina l'applicazione del 'carcere duro'. Il Dap ha ritenuto che il penitenziario milanese sia un luogo adeguato per la detenzione, nonostante età e malattia.

Tolto il nome di Zagaria, si assottiglia sempre più la lista dei boss da rimandare dietro le sbarre. La vicenda scarcerazioni per motivi di salute in piena emergenza coronavirus aveva lasciato il segno nel Dap, con le dimissioni di Francesco Bisentini e gli attacchi al guardasigilli.

L'argomento aveva creato dibattito all'interno della società civile: perché in Italia si parla di scarcerazione solo quando si tratta di mafiosi? Come mai con la pandemia sono stati scarcerati centinaia di boss contemporaneamente? Corre di più il rischio di ammalarsi un detenuto comune, stipato in cella con altre persone, o uno in isolamento a cui sono vietati i contatti con altri detenuti come accade ai boss al 41 bis?

Per il professore di Sociologia della criminalità organizzata Nando dalla Chiesa, che ha tenuto alta l'attenzione sul tema, la carcerazione di Zagaria “è un grande successo di un movimento di opinione partito senza speranze, come ci veniva detto, e che poi ha dimostrato di avere delle ragioni profonde. Le scarcerazioni non sono state una forma di rispetto delle norme internazionali, ma una forma di mancanza di rispetto nei confronti della collettività internazionale e dei suoi diritti".

La scorsa estate erano già tornati in carcere Francesco Bonura, uomo di Cosa nostra, fedelissimo di Bernardo Provenzano, e Vincenzino Iannazzo, capo dell'omonima cosca di 'ndrangheta di Lamezia Terme, in Calabria.

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