Capaci, Di Matteo: "C'è omertà istituzionale, molti sanno e non dicono"
Ventisei anni fa l'attentato in cui morirono Falcone, la moglie e la scorta. Il pm: "Finge di celebrare Giovanni anche chi lo osteggiava"

Sono passati 26 anni dall'attentato di Capaci in cui morirono Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e i tre uomini della sua scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. In questa occasione il magistrato Antonino Di Matteo torna a parlare della strage e della trattativa Stato-mafia. "Capaci è stato da una parte l'evento che finalmente in molti italiani ha creato la consapevolezza di quanto sia grave la questione mafiosa dall'altra l'epilogo di una lunga stagione dove Falcone fu ostacolato, deligittimato, calunniato fino a essere isolato dallo stesso Csm che più volte ne bocciò le aspirazioni legittime di carriera", dice ospite a Circo Massimo. "Mi infastidisce che oggi finge di celebrare Falcone anche chi in vita lo ha accusato di protagonismo".

Poi, da titolare dell'inchiesta, rivela alcuni particolari del processo sulla trattativa. "Nel corso di questo procedimento ho constatato una diffusa omertà costituzionale. Molti nello stato sanno di più di ciò che hanno detto. Un uomo delle istituzioni deve dire ciò che sa anche se è scomodo". Secondo il pm, le richieste di Cose Nostra sono arrivate "a tre governi. Amato, Ciampi e Berlusconi" e "da nessuno dei tre è venuta fuori la denuncia delle richieste presentate da Cosa Nostra".

"La sentenza sulla trattativa - prosegue - è storica perché attesta che, mentre saltavano in aria i miei colleghi, una parte dello stato trattava. Già questo è tremendo". "Chi trattava era a livelli alti e riteniamo che sia stato mandato o in qualche modo garantito da un livello politico non ha agito spontaneamente", aggiunge.

E in merito alla diatriba con Berlusconi spiega: "Berlusconi dice che mi sono permesso di commentare una sentenza? Non rispondo all'onorevole Berlusconi se non per precisare che, come magistrato, pubblicamente non adombro nulla. Non ho commentato la sentenza ma ne ho precisato il significato riferendo dei fatti ovvero che secondo la sentenza Marcello dell'Utri ha fatto da intermediario fra i capi di Cosa Nostra e Berlusconi anche quando lui era premier. Questo non è fare politica, è una doverosa precisazione".

 

 

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