I lavori di demolizione iniziati sotto il moncone di Ponente
Ponte Morandi, Autostrade per l'Italia al contrattacco: "Noi condannati a priori"

In 40 pagine il ricorso di Aspi contro la nomina del commissario e i suoi primi decreti. Sotto accusa la campagna mediatica e l'esclusione dalla ricostruzione. "Usati come un bancomat". E Autostrade sta comprando capannoni e terreni sotto il moncone di Ponente

Autostrade per l'Italia va all'attacco sulla vicenda del crollo del Ponte Marconi. Additata dal governo al pubblico ludibrio quale responsabile unica del disastro del 14 agosto che ha causato 43 vittime, Aspi presenta il suo ricorso (una quarantina di pagine) in cui evita accuratamente di porre freni e bastoni nelle ruote alla ricostruzione, ma rivendica il suo diritto a partecipare e contesta sia l'esclusione che la "campagna mediatica" che l'ha vista nel mirino del governo. Già che c'è aggiunge di non ritenere corretto di essere considerata e utilizzzata come un "bancomat" che deve solo pagare (danni e ricostruzione) e tacere.

Nel suo ricorso Aspi contesta sia la nomina di Bucci a commissario alla ricostruzione sia i primi tre provvedimenti presi dal sindaco-commissario: "Al di là dei termini usati dai legali che tutelano Autostrade per l'Italia, la società ribadisce di considerare il Decreto Genova portatore di numerosi profili di illegittimità rispetto ai quali il Consiglio di amministrazione ha ritenuto di promuovere ricorso, anche in considerazione della necessità di attendere il necessario accertamento delle responsabilità da parte della magistratura. Ma nel contempo la società ribadisce di considerare una priorità assoluta l'interesse di Genova e dei genovesi e di voler cooperare con il Commissario Bucci, con il quale i confronti sono quotidiani e costruttivi, per far sì che Genova abbia quanto prima il nuovo ponte autostradale. La decisione di non chiedere la sospensiva dei provvedimenti del Commissario, come la Società stessa aveva già comunicato a valle del Cda dello scorso 13 dicembre, ne è la più chiara conferma". Insomma, Autostrade per l'Italia intende collaborare e non vuole fermare la ricostruzione, ma non ritiene giusto diventare l'unico capro espiatorio di questa vicenda.

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Aspi contesta le "troppe esternazioni" di organi politici e istituzionali che hanno dato per scontata la colpevolezza di Autostrade. Secondo i ricorrenti, stabilire le colpe di quanto è accaduto non spetta alla politica ma alla magistratura. Questione che era stata abbastanza chiara fin dall'inizio compreso il fatto che, se da una parte, è probabile che i giudici arrivino a stabilire delle responsabilità in capo a Aspi, sembra altrettanto sicuro che altri soggetti (anche governativi) saranno coinvolti quantomeno per la mancata vigilanza.

Quanto al suo diritto a partecipare alla ricostruzione del ponte, Aspi si rifà alla concessione tuttora in vigore: "Tutte le attività inerenti la demolizione e la ricostruzione del ponte rientrano tra quelle comprese nell’esclusivo perimetro della concessionaria" che deve provvedere alla "riparazione tempestiva". Poi Aspi entra nel merito dei lavori ricordando di aver presentato fin da ottobre un suo progetto che avrebbe garantito la ricostruzione in tempi più brevi (nove mesi) con tanto di penale (10 milioni al mese) per eventuali ritardi. Ma nessuno ha preso nemmeno in considerazione la sua candidatura.

Autostrade contesta la violazione di diverse leggi e norme europee a partire da alcuni articoli della nostra Costituzione. Alla fine, una considerazione quasi amara: "La concessionaria può dunque fare soltanto una cosa: pagare qualsiasi importo le richiederà il commissario, senza alcun parametro quantitativo applicabile". Da qui il discorso sul "bancomat". Il tutto, secondo il ricorso, con un solo intento: quello di punire Aspi che viene così sottoposta a una "norma singolare arbitraria, iniqua e punitiva" che lede il diritto di proprietà e di libera iniziativa economica privata, configurandosi come una sostanziale forma di espropriazione".

Gli acquisti di Aspi - C'è un piccolo mistero nella vicenda del Ponte. Se ne è accorto il subcommissario Pietro Carlo Floreani quando, intorno al 20 dicembre, si è mosso per procedere all'acquisto di alcune aree e edifici sotto il moncone di Ponente del Ponte Morandi. Su sedici proprietari, Floreani ha potuto concludere solo con dieci, gli altri sei  (Acremoni, Ferrometal, Garbarino, Lamparelli, Varani Francesco, Venturi) avevano già venduto terreni e capannoni a Autostrade per l'Italia che si era mossa prima. Non è chiaro il senso di questo "blitz" di Aspi. Autostrade per l'Italia (che ha speso una ventina di milioni) sostiene di averlo fatto per aiutare le aziende proprietarie in modo da evitare licenziamenti di personale. Di certo, comunque, adesso quei beni sono proprietà di Aspi che, in questo modo, potrebbe voler giocare un ruolo nella ricostruzione (in alcuni di quei terreni potrebbero poggiare i piloni di sostegno del nuovo ponte) o costringere Bucci a procedere a un esproprio sul quale, magari, esercitare una certa resistenza.

 

 

 

 

 

«Violata ogni legge» 
Il ricorso solleva la violazione di dieci articoli della Costituzione, di quattro del trattato fondativo dell’Ue e di uno della Carta Ue dei diritti fondamentali. Funzioni e poteri, insistono, configurano il commissario non come un organo amministrativo sottoposto al principio di legalità, ma come un mostro giuridico cui «è stata attribuita la possibilità di violare senza limitazioni la pressoché totalità delle leggi». Le argomentazioni e i toni dimostrano che l’azienda, dopo aver giocato a lungo in difesa, alza il tiro. E rimarca come «ad aggravare ulteriormente la già inusitata coartazione dei diritti si aggiunge un anatema ad excludendum» dato dal divieto assoluto di chiamarla per demolizione e ricostruzione. «La concessionaria - proseguono - può dunque fare soltanto una cosa: pagare qualsiasi importo le richiederà il commissario, senza alcun parametro quantitativo applicabile». Il che la trasforma «da concessionaria a bancomat», in base a una legge che non ha finalità e destinatari generali, ma l’unico scopo di punire una persona. O un’azienda, sottoponendola a una «norma singolare arbitraria, iniqua e punitiva» che lede il diritto di proprietà e di libera iniziativa economica privata, configurandosi «nelle intenzioni pur confusamente indicate» dal governo come una «sostanziale forma di espropriazione».

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