Tragedia a Roma, la coppia in difficoltà per la disabilità della bimba. Gli esperti: “Non lasciare sole le famiglie”

Tragedia a Roma, la coppia in difficoltà per la disabilità della bimba. Gli esperti: “Non lasciare sole le famiglie”
Una foto della famiglia ritrovata morta a Pietralata. (Foto: Facebook)

L’Autorità Garante nazionale dei diritti delle persone con disabilità avvierà un’interlocuzione con le istituzioni competenti per comprendere quali sostegni fossero concretamente assicurati

Continua a far discutere la tragedia che si è consumata a Pietralata, Roma, dove padre, madre e figlia di 5 anni sono stati ritrovati morti in casa. L’ipotesi che prevale tra gli inquirenti è quella dell’omicidio-suicidio, una tesi che sarebbe corroborata da dei biglietti che sarebbero stati lasciati in casa e che lascerebbero intendere la volontà della coppia di compiere il gesto estremo: “Da soli non ce la facciamo“, questo quanto scritto su uno dei biglietti. La famiglia era seguita dai servizi sociali e la bimba soffriva di una grave disabilità.

Garante disabilità: “Interlocuzione su sostegni alla famiglia di Pietralata”

Il caso ha suscitato la reazione dell’Autorità Garante nazionale dei diritti delle persone con disabilità, che “avvierà un’interlocuzione con le istituzioni competenti per comprendere, senza giudizi sommari e nel rispetto delle indagini, quali sostegni fossero concretamente assicurati, con quale continuità e se fossero adeguati alla complessità dei bisogni della bambina e dei suoi genitori”.

Per la morte della piccola e dei suoi genitori, l’Autorità ha espresso “profondo cordoglio” e ha sottolineato come “nel pieno rispetto del dolore dei familiari e mentre sono ancora in corso gli accertamenti per ricostruire l’esatta dinamica dei fatti, questa tragedia ci scuote profondamente e ci interpella come persone, istituzioni e comunità. La disabilità di una bambina non può essere raccontata come la causa di una tragedia. A diventare insostenibili possono essere, invece, la solitudine, la paura del futuro e il peso dell’assistenza quotidiana quando una famiglia avverte di non avere più accanto una rete capace di sostenerla. Dalle prime informazioni risulta che la famiglia fosse conosciuta e seguita dai servizi territoriali. Essere formalmente presi in carico non sempre significa sentirsi realmente accompagnati. Le famiglie nelle quali vive una persona con disabilità complessa hanno bisogno non soltanto di contributi economici, ma anche di servizi domiciliari, sostegno psicologico, interventi di sollievo, continuità assistenziale e di un riferimento pubblico capace di riconoscere tempestivamente i segnali di maggiore fragilità“.

Il Collegio dell’Autorità Garante ha rimarcato in una nota che “Questa vicenda ci obbliga anche a chiederci quale società stiamo costruendo e quante persone con disabilità, soprattutto non autosufficienti o con necessità di sostegno molto elevato, e quante famiglie continuino a vivere nella solitudine, fino a diventare invisibili. Risorse adeguate e servizi efficaci sono indispensabili per garantire diritti e sostegni concreti. Ma una società realmente inclusiva richiede anche una cultura della vicinanza e della solidarietà umana, capace di superare indifferenza ed egoismi e di non lasciare sole le persone e le famiglie”.

“Anche i media possono offrire un contributo fondamentale, dando continuità alla promozione dei diritti e delle politiche di inclusione, non soltanto quando una tragedia conquista la prima pagina o quando la disabilità riguarda atleti, politici o personaggi dello spettacolo. La morte di Bianca e dei suoi genitori non deve essere trasformata né in un giudizio affrettato né in una fatalità. Deve richiamare tutti alla responsabilità di costruire intorno alle persone con disabilità e alle loro famiglie una rete che non aspetti la richiesta estrema di aiuto, ma sappia esserci prima, con continuità e umanità”, conclude la nota. 

Gli psicologi: “Sostenere le famiglie che convivono con disabilità”

Ivan Iacob, segretario generale dell’Aupi, Associazione Unitaria Psicologi Italiani, è intervenuto sul caso affermando che “quando in una famiglia c’è un figlio con una disabilità grave, quella condizione entra inevitabilmente nella vita di tutti. Ci sono la fatica quotidiana dell’assistenza, le preoccupazioni, le rinunce, ma anche un dolore che può cambiare nel tempo. È per questo che, accanto alla persona con disabilità, dobbiamo imparare a vedere e sostenere anche la sua famiglia”.

“Di fronte a tragedie come questa è difficile trovare parole che non siano inadeguate. L’uccisione di un figlio non può trovare giustificazione. Ma proprio per questo abbiamo il dovere di interrogarci su ciò che può accadere intorno a una famiglia che vive per anni una condizione di disabilità grave. Psicologi, medici, educatori e servizi possono fare moltissimo. Possono aiutare la persona con disabilità a sviluppare al massimo le proprie capacità e autonomie possibili e possono accompagnare i genitori nel difficile percorso di accettazione della condizione del figlio e nella costruzione, insieme a lui, della migliore vita possibile. Ma non possiamo pensare che tutto questo possa essere affidato soltanto alla capacità di resistenza delle famiglie”, ha sottolineato. Le risorse pubbliche esistono, “ma troppo spesso sono insufficienti, frammentate e circondate da una burocrazia estenuante: certificazioni, visite, rivalutazioni, domande, graduatorie, riconoscimenti da rinnovare. Paradossalmente, proprio ciò che dovrebbe alleggerire il peso dell’assistenza rischia talvolta di diventare un ulteriore fardello per chi è già impegnato quotidianamente nella cura”.

La domanda è profondamente politica: quanto è disposta a investire una società per sostenere le situazioni di disabilità più gravi? E soprattutto: quali servizi siamo capaci di costruire non soltanto per la persona con disabilità, ma intorno alla sua famiglia?”, ha chiesto Iacob. “Significa garantire assistenza domiciliare, sollievo temporaneo per i caregiver, sostegno psicologico continuativo, percorsi educativi e riabilitativi, opportunità di socializzazione e autonomia. Ma significa anche costruire nel tempo un progetto credibile per il “dopo di noi”, perché alla fatica del presente non si aggiunga per i genitori l’angoscia di ciò che accadrà al proprio figlio quando loro non ci saranno più.

“Non possiamo sapere se servizi diversi o maggiori avrebbero potuto evitare ciò che è accaduto, e sarebbe scorretto affermarlo senza conoscere fino in fondo la storia di questa famiglia. Ma possiamo e dobbiamo porci una domanda collettiva: quanto deve essere grande il peso che lasciamo sulle spalle di una famiglia prima di riconoscere che prendersi cura della disabilità non può essere soltanto un affare privato?”, ha concluso. 

La tragedia a Roma: che cosa è successo

Tutti e tre i componenti della famiglia ritrovata morta a Roma presentavano ferite da arma da fuoco. Con loro è stato rinvenuto senza vita anche il cane. A dare l’allarme è stato un familiare, che non riusciva a mettersi in contatto con loro. Intorno alle 13 del 31 agosto, i carabinieri sono arrivati nell’abitazione insieme ai vigili del fuoco, che hanno dovuto forzare la porta per entrare. Nella camera da letto sono stati trovati i corpi privi di vita di Luca Abbasciano, 42 anni, Valentina Pambianco, di 41, e della figlia Bianca, di 5 anni.

Nell’appartamento è stata trovata una pistola, regolarmente detenuta. Secondo le prime informazioni, sarebbe stato il padre a sparare, ma non è ancora stato chiarito con certezza chi abbia impugnato l’arma e quale sia stata la sequenza dei decessi. L’ipotesi investigativa è quella di un drammatico caso di omicidio-suicidio, riconducibile a una grave situazione di disagio personale e familiare, come la disabilità della figlia. Un elemento, questo, che gli investigatori stanno valutando nella ricostruzione della tragedia, senza che siano stati al momento chiariti eventuali collegamenti con quanto accaduto.

“Non li conoscevo personalmente, ma so che la bambina era una disabile grave e la famiglia era seguita dai nostri servizi sociali. Siamo sbigottiti per tutto quello che è successo, un dramma”, ha spiegato Massimiliano Umberti, presidente del IV municipio. “Era una famiglia normale, persone perbene”, ha aggiunto Umberti, sottolineando come la condizione della bambina fosse una situazione “un po’ difficile da accettare” e richiamando il tema della solitudine che “è il più grosso male che c’è oggi al mondo e probabilmente un po’ tutti dobbiamo fare questa riflessione sulla solitudine, l’essere soli in queste situazioni così gravi”. Un vicino di casa li ha descritti come “una famiglia splendida” e ha ricordato che la bambina “era molto affezionata al cane”.

© Riproduzione Riservata