I giudici hanno riconosciuto “la lesività di singole condotte del datore di lavoro, sebbene non avvinte dall’unica finalità persecutoria"

Licenziata, dopo un ‘annus horribilis’ dal punto di vista della salute, perché “la società ha deciso di sopprimere la posizione da lei ricoperta”. Con una lettera di questo tenore, il 19 giugno 2018 una dirigente 40enne è stata lasciata a casa dall’agenzia di consulenza in comunicazione di impresa Barabino & Partners. Era appena tornata al lavoro dopo essersi operata per un tumore maligno alla tiroide, riportando una “paresi di una corda vocale” e dopo una brutta fratturata a “calcagno, piatto tibiale a apice del perone della gamba sinistra”.

Per il Tribunale del lavoro di Roma si è trattato di un licenziamento che non può essere definito né ritorsivo né discriminatorio. La vicenda non può nemmeno essere inquadrata come mobbing, anche se i giudici hanno riconosciuto “la lesività di singole condotte del datore di lavoro, sebbene non avvinte dall’unica finalità persecutoria” nei confronti della manager. Il fatto che la dirigente non sia stata licenziata “in ragione del suo handicap”, dovuto alla malattia, infatti, “non esclude che la condotta datoriale abbia comunque violato gli obblighi di protezione cui il datore di lavoro è contrattualmente tenuto nei confronti della integrità fisica e psichica del lavoratore dipendente”.

Le continue sollecitazioni ed email del datore di lavoro, che la invitavano a rientrare al lavoro in tempi brevi, anche contro il parere dei suoi medici, per i giudici avrebbero un “contenuto lesivo”. Questo vale in particolare per le comunicazioni “concentrate nell’ultimo anno di servizio prima del licenziamento”, che mostrano “un comportamento quantomeno stressante (non solo ritorsivo, discriminatorio e/o mobbizzante) in danno” della manager, “indipendentemente dalla sussistenza di un unico disegno persecutorio finalizzo all’estromissione della dipendente, costituendo in sé fonte di disagio psicologico e stress lavorativo”. La dirigente, infatti, aveva ricevuto “reiterate richieste di rientro in servizio” nonostante avesse presentato regolari certificati medici e sollecitazioni caratterizate da un “tono incalzante ed invasivo” a fare le visite mediche fuori dagli orari di lavoro o a usare meno possibile i permessi speciali della legge 104, legati alla sua condizione di salute, per el quali aveva un’invalidità temporanea del 70%.

Nelle email inviatele dal titolare della nota agenzia, i giudici hanno ravvisato anche “insistenti richieste di notizie sui possibili tempi di recupero, finanche di puntuali suggerimenti medici sulle modalità dallo stesso ritenute più consone alla gestione delle terapie riabilitative”. Tutti comportamenti che avrebbero contribuito a “fiaccare la tenuta psicologica di una lavoratrice già provata dall’insorgere di una grave patologia”. Proprio per questo hanno riconosciuto alla dirigente un risarcimento di oltre 52mila euro per il danno biologico riportato non i relazione al “disturbo depressivo persistente di grado moderato grave” a cui era predisposta, ma “in reazione a percepita condizione avversativa in ambito lavorativo”. Una condizione stimata dai giudici con un’invalidità permanente del 20%, il doppio rispetto al 10% indicato nella consulenza tecnica d’ufficio. La Corte ha invece ridotto da 34mila a 13mila euro il conguaglio di differenze retributive sul trattamento globale di fine rapporto.

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