Emessa la sentenza di primo grado del Tribunale di Arezzo, il legale degli azionisti: "Speranze infrante e Stato assente"

Assoluzione con formula piena per 23 dei 24 imputati e condanna a 6 anni solo per l’imprenditore Alberto Rigotti. E’ la sentenza emessa questa mattina ad Arezzo nel processo di primo grado per il crac della Banca popolare dell’Etruria e del Lazio. La sentenza, letta dal presidente della corte Gianni Fruganti, è arrivata alle 9,45, pochi minuti dopo l’inizio dell’udienza. La procura di Arezzo aveva chiesto per gli imputati, accusati a vario titolo di bancarotta fraudolenta e bancarotta semplice, pene che variavano da 6 anni e 6 mesi a un anno.

Tra i 23 assolti, tutti ex consiglieri di amministrazione o ex revisori, ex dirigenti dell’istituto di credito, figurano l’ultimo presidente del Cda della banca, Lorenzo Rosi, e due vicepresidenti, Giovanni Inghirami e Giorgio Guerrini. Nell’ambito della stessa inchiesta, con rito abbreviato, il gup del tribunale di Arezzo, Giampiero Borraccia, già condannato a cinque anni di reclusione per bancarotta fraudolenta l’ex presidente Giuseppe Fornasari e l’ex direttore generale Luca Bronchi, a due anni l’ex vice presidente Alfredo Berni per bancarotta fraudolenta e a un anno l’ex membro del cda, Rossano Soldini, per bancarotta semplice.

La vicenda

Banca Popolare dell’Etruria e del Lazio, storico istituto di credito aretino, venne messa in liquidazione coatta amministrativa, il 22 novembre 2015, sotto il peso dei conti in rosso. L’insolvenza venne dichiarata l’11 febbraio 2016. Secondo la procura di Arezzo il dissesto fu dovuto all’uscita dalle casse di Bpel di circa 200 milioni di euro che sarebbero stati dissipati con una serie di operazioni senza garanzie e a favore di soggetti amici. Un teorema sempre contrastato dalle difese degli imputati. Al processo erano state ammesse circa duemila parti civili che hanno già fatto sapere che presenteranno ricorso in appello contro la sentenza di assoluzione.

Ad Alberto Rigotti sono state contestate dalla procura le sofferenze accumulate dal gruppo Abm Network per circa 15 milioni di euro, soldi che, secondo l’accusa, l’imprenditore e consigliere di Banca Etruria avrebbe attinto a più riprese alle casse dell’istituto.

Etruria

“Evidentemente questo tribunale ha ritenuto fondate le ragioni a discolpa di quasi tutti gli imputati, ne prendiamo atto, leggeremo le motivazioni. Continuano a soffrire le persone danneggiate, continua lo Stato a essere latitante, continuano queste vicende un po’ paradossali che impiegano costi infiniti, e chissà quando finiremo di combattere. I veri problemi di questa vicenda non sono stati risolti. Immagino che resteremo ancora a guardare come sono state trattate queste persone che hanno vissuto tutto questo periodo aspettando oggi, aspettando un soffio di novità, di speranza e che invece è stato nuovamente bruciato”. Lo ha detto l’avvocato Riziero Angeletti, legale di parte civile per un comitato di azionisti di Bpel, parlando con i giornalisti all’uscita dall’aula del tribunale di Arezzo.

“Quello dell’accusa era un teorema comunque costruito sull’onda mediatica, costruito su tutta una serie di vicende che erano legate a rapporti con la Banca d’Italia, alla svalutazione dei crediti. Il tribunale, in modo molto consapevole e coraggioso, si è assunto la responsabilità di smontare il teorema del coinvolgimento degli amministratori nel dissesto di Banca Etruria, che è dipeso da altre cause non imputabili agli amministratori. Quindi le difese sono molto soddisfatte di questo risultato”. Queste invece le parole dell’avvocato Antonino Giunta, difensore di Rosi.

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