Il giovane è indagato per resistenza e violenza a pubblico ufficiale per i disordini di piazzale Selinunte di sabato 10 aprile

“La prima vota che sono entrato dentro è stato a 15 anni a Bologna. Poi mi hanno trasferito al Beccaria (il carcere minorile di Milano, ndr) da dove sono uscito sei volte fino alla fine della pena. Io adesso sto facendo musica, mi sto comportando bene ma quello che ho fatto io, tra i rapper in Italia, non l’ha fatto nessuno”. È un passaggio dell’intervista realizzata da Noisey Italia a Mouhib Zaccaria, vero nome di ‘Baby Gang’, il rapper di 19 anni indagato e sottoposto a perquisizione, su richiesta della procura di Milano, per i disordini di piazzale Selinunte di sabato 10 aprile. “Baby è stato un soprannome che mi hanno dato fin da piccolo: i giornali pensavano che era il nome di una gang invece ero io che ne combinavo di ogni”, dice ancora il cantante che racconta la sua vita tra carcere e comunità.

Il primo problema con la legge a 12 anni, dopo aver rubato con un amico degli abiti in un negozio a Torino. “Dal 2012 ho passato ogni estate o in galera o in comunità”, spiega ancora, aggiungendo che “in galera puoi solo imparare a delinquere: entri che fai rapine ed esci che sai spacciare”. In carcere, svela, è finito per il pestaggio di un poliziotto. A salvarlo, racconta ancora, è stato l’ingresso nella comunità di don Claudio Burgio che lo ha sostenuto nella sua carriera di rapper. Nell’intervista, il 19enne racconta di un’altra perquisizione subìta da lui e l’altro rapper Amine Ez Zaaraoui, in arte “Neima Ezza”, anche lui coinvolto nei fatti di piazza Selinunte. “Sono entrati in casa alle 5 del mattino e ci hanno fatto vedere un mandato perquisizione per un video” in cui mostravano delle armi. “Entrano a casa mia perché sono Baby Gang. Io non istigo alla vioenza, non sono un esempio da seguire”, la sua chiosa.

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