La lotta contro il covid-19 del nostro Vito Romaniello raccontata da "La Prealpina"
© Facebook/Vito Romaniello
La lotta contro il covid-19 del nostro Vito Romaniello raccontata da "La Prealpina"

Oltre un mese in coma in terapia intensiva per il giornalista di LaPresse che è riuscito a sconfiggere la malattia

Oltre un mese in coma in terapia intensiva all'ospedale di Varese e ora la riabilitazione con la voglia di incontrare al più presto la moglie Daniela e i suoi 2 figli. Il nostro collega a LaPresse Vito Romaniello ha raccontato a "La Prealpina", storico quotidiano di Varese, la sua lotta contro il covid-19.

Da qualche giorno sta recuperando dalla lunga sedazione, gli ultimi metri - 6 dice lui - prima di tornare a vivere con la famiglia e a lavorare. "Quando questi miei angeli custodi dell’ospedale di Circolo mi fanno alzare - spiega Vito -, mi pare d’avere il Sacro Monte sulle spalle. Però sono vivo e questo oggi è quel che conta per continuare a essere vicino alla mia famiglia".

"Sono stato fortunato ma ci ho messo tutta la voglia di resistere", ha continuato a raccontare Romaniello. "Paura? No. Era più forte la voglia di restare qui. Ho ceduto la mia cartella clinica alla comunità scientifica: spero di poter essere utile a chi lavora per neutralizzare questa terribile malattia".

Poi il ricordo dei tantissimi giorni in terapia intensiva: intubato e sedato come prevedevano i primi protocolli. "Sembravo un personaggio di Avatar: tubi, tubicini, flebo e intanto avevo visioni come d’un viaggio astrale. Sentivo persone, forse le vedevo nella mia immaginazione e sognavo confondendo realtà e fantasia. Sono rimasto attaccato proprio alla visione del futuro. Un futuro in cui c’ero perché ero guarito".

L'obiettivo di Vito adesso è di tornare a casa il prima possibile. "Speravo di farcela per lunedì scorso, perché era il compleanno di uno dei miei due figli ma è stato impossibile. Le braccia fanno fatica ad alzarsi, le gambe non mi reggono ma respiro bene e la mia testa dura funziona, eccome. Allora mi sono detto: cerca di evitare corse inutili e completa quei sei metri nel migliore dei modi. Lo devo a me stesso, a mia moglie Daniela, con cui vivo in simbiosi e con la quale finalmente posso almeno parlare al telefono. Lo devo al migliaio di persone che hanno inondato il mio telefono di messaggi. Lo devo all’equipe di medici che si mi stanno curando come un fratello, a cominciare da quelli della Rianimazione Cardiologica che mi hanno ospitato per oltre un mese".

 

 

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