Totti e i 27 anni in giallorosso: Roma e la Roma sono la mia vita
Il capitano ripercorre tutta la sua storia nella squadra, dai primi passi da calciatore al sogno di tornare come allenatore

"La tua casa è tutto. In questi 39 anni Roma è stata la mia casa. In questi 25 anni di carriera, la Roma è stata la mia casa. Spero di aver rappresentato il club al meglio delle mie possibilità e aver innalzato i colori della Roma il più in alto possibile vincendo lo scudetto e giocando nella Champions League. Spero siate fieri di me". Lo scrive Francesco Totti in una lunga lettera scritta su 'The Players' Tribune' a 27 anni dal suo esordio in giallorosso. "Molti mi chiedono - aggiunge il capitano giallorosso - perché hai passato tutta la tua vita a Roma? Roma rappresenta la mia famiglia, i miei amici, la gente che amo. Roma è il mare, le montagne, i monumenti. Roma, ovviamente, è anche i romani. Roma è il giallo e il rosso. Roma, per me, è il mondo. Questo club e questa città sono stati la mia vita. Sempre". 

Totti racconta i suoi primi passi da calciatore professionista. "Ventisette anni fa qualcuno bussò alla porta del nostro appartamento di Roma. Ad aprire andò mia madre Fiorella. Le persone che erano dietro la porta avrebbero potuto cambiare la mia carriera calcistica. Quando aprì la porta c'erano dei signori che si presentarono come dirigenti sportivi. Ma non erano della Roma: indossavano indumenti rossi e neri. Erano dell'AC Milan e volevano che andassi a far parte della loro squadra. A tutti i costi. Mia madre alzò le braccia al cielo. Che cosa pensate che abbia detto a quei signori? Quando sei un ragazzo di Roma, ci sono solo due scelte: puoi essere giallo-rosso o bianco-celeste. Roma o Lazio. Nella nostra famiglia, esisteva solo una scelta possibile". "L'amore per la Roma ci è stato tramandato. E' sempre stato più di un club di calcio, è parte della nostra famiglia, del nostro sangue e delle nostre anime", scrive il numero 10 giallorosso, che racconta della sua prima volta allo stadio: "Quando ho compiuto 7 anni, mio padre comprò dei biglietti e finalmente ebbi la possibilità di andare a vedere I LUPI allo Stadio Olimpico. Ancora adesso posso chiudere gli occhi e ricordarmi quello che ho provato. I colori, le canzoni, il fumo dei petardi che esplodevano. Ero un ragazzo vivace e anche solo essere lì nello stadio, circondato da tutti gli altri tifosi della Roma, ha acceso in me qualcosa di diverso. Non so come descriverlo. Bellissimo. Questa è l'unica parola che può descrivere ciò che provai". "Non credo che nessuno nel mio quartiere di San Giovanni mi abbia mai visto senza un pallone al piede. Giocavamo a calcio ovunque, sui sanpietrini, vicino alle chiese, nei  vicoli. Ovunque. Fin da bambino il calcio era per me molto di più di una semplice passione: ero ambizioso e volevo che diventasse la mia professione.  A 13 anni sentii qualcuno bussare alla nostra porta. Questi signori dell'AC Milan mi chiesero di diventare rosso-nero: un'opportunità per fare carriera in un grande club italiano. Ovviamente non era una decisione che potevo prendere da solo. Mia mamma è sempre stata il 'boss' e lo è tutt'ora. Lei, come tutte le mamme italiane, è piuttosto protettiva nei confronti dei figli e infatti non voleva che me ne andassi da casa per paura che mi succedesse qualcosa. 'No, no', rispose ai dirigenti e fu tutto ciò che disse 'Mi dispiace. No, no'.  Fine del discorso. Il mio primo trasferimento era stato rifiutato dal 'boss'. Nel weekend mio padre accompagnava me e mio fratello alle nostre partite mentre mia mamma aveva il controllo di tutto dal lunedì al venerdì. Fu difficile rinunciare alla proposta dell'AC Milan perché avrebbe significato tanti soldi per la nostra famiglia ma così facendo mia madre mi diede un grande insegnamento quel giorno: la tua casa è la cosa più importante nella vita. Solo qualche settimana più tardi, venni scelto durante una partita giovanile e la Roma mi fece un'offerta. Sarei diventato giallo-rosso". 

Totti racconta quindi il suo esordio: "Fino a 90 minuti prima della partita non avevo idea che avrei fatto il mio debutto allo Stadio Olimpico. Ero seduto sul pullman che ci portava da Trigoria allo Stadio e sentivo crescere in me l'adrenalina. La serenità che avevo provato la notte prima era svanita. I tifosi della Roma sono diversi da tutti gli altri. Si aspettano tantissimo da te quando indossi la maglia giallo-rossa. Devi dimostrare il tuo valore e non c'è spazio per gli errori. Quando sono entrato in campo per la prima volta ero sopraffatto dall'orgoglio di giocare per la mia città, per mio nonno, per la mia famiglia. In 25 anni, quella pressione - quel privilegio - non è mai cambiato. Certo ci sono stati degli errori. C'è stato anche un momento in cui, 12 anni fa, ho considerato la possibilità di lasciare Roma e andare a giocare per il Real Madrid. Quando una squadra di grande successo, forse la più forte al mondo, ti chiede di entrarne a far parte, inizi a pensare a come sarebbe la tua vita in un altro posto. Ne parlai con il presidente della Roma e quello fece la differenza. Alla fine fu la conversazione che ebbi con la mia famiglia che mi ricordò in che cosa consiste la vita. La tua casa è tutto".

"Potete definirmi un abitudinario - ammette -. Ho lasciato la casa dei miei genitori solo quando mi sono fidanzato con mia moglie, Ilary. Così quando penso al tempo trascorso qui e a ciò che lascerò so già che mi mancherà la routine e le cose di tutti i giorni. Le molte ore di allenamento, le chiacchierate nello spogliatoio. La cosa che mi mancherà maggiormente sarà bere un caffè con i miei colleghi ogni giorno. Forse se tornassi un giorno come allenatore, riuscirei a godermi ancora questi momenti".

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