Juve, l'addio di Marchisio è una storia scritta tanti mesi fa
Una fine annunciata, ma destinata comunque a far discutere

Nessuno è legittimato a sorprendersi di fronte alla notizia che Claudio Marchisio lascia la Juventus dopo 25 anni di onorata frequentazione, moltissimi successi, un infortunio grave, 'rimuginamenti' durati quasi un campionato, arrabbiature soffocate nell'intimo. Perché anche i sassi avevano intuito che il Principino non rientrava più nei piani di Massimiliano Allegri e, di conseguenza, della società. Dal crac al ginocchio, il nastro non si è più riavvolto e la storia non è stata più la stessa, al punto da concludersi un venerdì di metà agosto, con il debutto di campionato alle porte, l'ansia per Ronaldo, la voglia di fare e di strafare. Classici pruriti estivi.

Se ne parlava da tempo, ancor prima che la Juventus centrasse il suo settimo scudetto di fila, persino la moglie Roberta aveva alzato la voce sui social lamentandosi per i maltrattamenti, eppure l'ufficializzazione del divorzio (una rescissione, tecnicamente) fa rumore. E farà discutere. Si assottiglia il plotone degli italiani in bianconero, si assottiglia il numero dei centrocampisti a disposizione dell'allenatore livornese (che, però, potrebbe adottare la difesa a tre e avere meno bisogno di lottatori nel mezzo), si dimezza (con l'addio di Buffon) il contingente dei senatori, quelli che sanno trasmettere ai giovani e ai nuovi i valori della Juventus. Marchisio, in fondo, era diverso da tutti, persino da Buffon e da Del Piero, perché è stato e (ovunque vada) continuerà a essere un prodotto del vivaio bianconero. Venticinque anni interrotti così, all'improvviso, con uno scarno comunicato e tanto magone, ma la vita va avanti baby e chi si ferma è perduto. Vale per tutti, non c'è scampo.

Per la verità, nell'ultima stagione il contributo di Marchisio è stato minimo e marginale, numerosi impacci, pochissime apparizioni, superato pure dall'uruguayano Bentancur nella hit parade del gradimento. E allora Giuseppe Marotta ha pensato bene di scrivere il finale al termine del mercato, trovando peraltro terreno fertile: non c'è stata lite, ma condivisione. Anzi, comprensione. Almeno questo. Per il Principino le destinazioni sono straniere, lui come pochi altri non si vede con una maglia diversa in Italia e, forse, nemmeno all'estero. A Torino è l'ora di Emre Can, crucco-ottomano, sfilato al Liverpool dopo lungo corteggiamento.
 

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