Ibrahimovic, da lunedì nei cinema un film sulla nascita di una leggenda
Il documentario sugli anni precedenti all'approdo in Italia sarà nelle sale il 14 e 15 novembre

Se fosse un blockbuster hollywoodiano e non una compassata produzione scandinavo-torinese, probabilmente si intitolerebbe Zlatan - Il prequel. E non ci sarebbe nulla di strano, se non che dell’Ibrahimovic personaggio e calciatore (due aspetti inscindibili dell’Ibrahimovic a tutto tondo) siamo abituati soprattutto a considerare i “sequel”: quelli che dopo la consacrazione internazionale alla Juventus lo hanno portato a spasso per l’Europa tra Inter, Barcellona, Milan, Psg e Manchester United. D’altra parte, un anno di stanca come questo - con l’addio alla Nazionale dopo un europeo amaro e l’approdo alla disastrata corte di Mourinho - è quello giusto per guardare indietro. Alla serie B svedese, dove il nostro si è imposto all’attenzione degli addetti ai lavori, e quindi al campionato olandese, dove con la maglia dell’Ajax si è guadagnato l’accesso alle alte sfere del pallone mondiale. I due passaggi chiave sui quali si incentra Ibrahimovic. Diventare leggenda, il documentario prodotto da Indyca e Rai Cinema che passerà nelle sale italiane il 14 e 15 novembre. 

In linea con la filosofia zlataniana, il cui motto potrebbe essere “è inutile che vi spieghi chi sono, per capirlo dovete guardare quello che faccio”, il film diretto da Frederik Geritten e Magnus Gertten non si concentra troppo sulle parole del giovane Ibra - seguito dal 1999 al 2005 -, preferendo esplorare in parallelo altri due filoni: lo svelamento di qualche momento dello Zlatan “privato”,  attraverso materiale d’archivio, e il racconto indiretto dell’uomo, affidato a chi in quegli anni è stato al suo fianco. Se sul primo versante a colpire sono alcune chicche niente affatto scontate, che comunque rendono l’idea di quanto su Ibrahimovic splendesse già in giovane età la luce del predestinato (tanto che qualcuno si prese la briga di documentare il suo primo viaggio in treno verso Amsterdam o i suoi momenti casalinghi durante la prima, durissima, stagione olandese), il campionario di “colleghi e addetti ai lavori che parlano di lui” - che comprende, tra gli italiani, Fabio Capello e Luciano Moggi - arriva nei momenti migliori a costruire una narrazione a sé, che quasi prescinde dal protagonista stesso.

Agli appassionati di narrazione calcistica - posto che lo stesso Ibra potrebbe avere qualcosa da ridire sul fatto che possa esistere una narrazione calcistica che non lo veda al centro dell’attenzione - non dispiacerà il ritratto che emerge di Andy Van der Meyde (non troppo compianto centrocampista interista dell’era pre-triplete), al quale sono affidate larghe parti della narrazione. Anche se a portare il vero valore aggiunto alla pellicola è la presenza di un outsider come Mido: una sorta di gemello oscuro di Ibrahimovic, la cui carriera è andata a sbattere negli anni decisivi - quelli dell’Ajax, appunto - contro la stessa sliding door dalla quale Zlatan è passato trionfalmente fino ad assurgere all’attuale rango di eroe mitologico. Inaspettatamente, il racconto in prima persona della mancata ascesa del centravanti egiziano (su cui pesavano le aspettative di un’intera nazione)  finisce per essere il contrappunto ideale ai primi trionfi dello svedese (che ricorda con un sorriso beffardo il soprannome di “zingaro” affibbiatogli dai suoi connazionali). Il parallelo tra le vite dei due, a conti fatti, offre la chiave di lettura più semplice del film: se a Mido non possiamo non volere un po’ bene, pensando a Zlatan non smetteremo mai di aspettare un nuovo sequel.

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