Elezioni presidente Figc, non c'è l'intesa: arriva il commissario
Nessuno dei candidati è riuscito a raggiungere la maggioranza dei consensi dopo quattro votazioni

Settanta giorni esatti per tornare al punto di partenza in una sorta di gigantesco e grottesco gioco dell'oca. Lo scorso 20 novembre, in una conferenza stampa passata alla storia, Carlo Tavecchio annunciava le sue dimissioni. Oggi le componenti hanno dimostrato che il problema non era lui, o almeno non solo lui. Trovatesi davanti ad un'assunzione di responsabilità le varie anime del calcio italiano hanno miseramente fallito ed ora non c'è altra soluzione che il commissariamento.

Il presidente del Coni, Giovanni Malagò, avrebbe voluto farlo subito ma lo statuto non lo permetteva. Il numero uno dello sport italiano però è stato facile profeta ed oggi il tempo è stato galantuomo. Il mondo del pallone italiano non è in grado di darsi una governance. Serve un intervento esterno che riporti tutto ad un barlume di normalità. Tre cardinali si sono presentati oggi all'Hilton di Fiumicino ma nessuno ne è uscito Papa.

Cosimo Sibilia, Gabriele Gravina e Damiano Tommasi. Nessuno di loro siederà sulla poltrona di presidente in Via Allegri. Al loro posto ci sarà una figura designata dal Coni e qui le voci si sprecano. Dall'uomo delle istituzioni Michele Uva, profondo conoscitore delle dinamiche tanto di Palazzo H quanto della Figc, ad Alessandro Costacurta. Di questo però si inizierà a parlare da giovedì quando Malagò, a poche ore dalla partenza per le Olimpiadi Invernali in Corea, ha convocato una Giunta straordinaria del Coni per affrontare di petto la questione, e questa volta senza vincoli di sorta.

La giornata a Fiumicino è stata lo specchio del momento che vive il calcio italiano. Una sorta di replay di quanto da mesi accade in Lega A. In un'unica parola il caos. I tre candidati hanno tenuto le loro posizioni e, pur di non mollare, hanno preferito far morire Sansone con tutti i Filistei. Dopo le prime due votazioni, di assaggio, con Sibilia in testa di poco davanti a Gravina e (più staccato) Tommasi, dal terzo turno le carte si sono scoperte e la temperatura si è alzata a livelli equatoriali. Il presidente dei calciatori, come previsto, è rimasto fuori dal ballottaggio finale.

Tommasi però è stato di parola. Aveva detto fin dal mattino che non sarebbe stato "l'ago della bilancia" e così è stato. Niente inciuci, al ballottaggio si vota scheda bianca. Il vero litigio è quello che è andato in scena fra i due ultimi contendenti, Cosimo Sibilia e Gabriele Gravina. Il primo, pur di arrivare ad una quadratura del cerchio, si è spinto addirittura a concedere la presidenza in un incontro privato al secondo che però ha rifiutato. Proprio qui si sono vissuti gli attimi più concitati della giornata. Sibilia ha preso la parola prima dell'ultima votazione ed ha picchiato duro spiegando di aver ricevuto la risposta negativa "tramite una telefonata e sottolineo una telefonata" dando l'ordine ai suoi di votare scheda bianca. Gravina ha risposto a stretto giro di posta parlando di "accordo volgare" e quindi non ricevibile.

A mettere la pietra tombale su tutto Damiano Tommasi che non si schierava dando il via libera al commissariamento spiegando che "forse a questo punto è giusto così". Tutti si dicono duri e puri ma nessuno è felice. Basta vedere le facce dei vari rappresentanti di Lega A, da Cairo a Ferrero a Marotta. La sconfitta però non è a loro ma piuttosto quella dei 'pontieri'. Non a caso i più scuri in volto erano Claudio Lotito e Renzo Ulivieri. Il primo, dopo tanti successi di politica sportiva, non è riuscito a far eleggere Sibilia. Il secondo invece non ha blindato l'accordo Gravina-Tommasi dichiarando che si tratta di una "grande occasione persa". Parole, parole e ancora parole. Da tutte le parti. Proprio l'esatto opposto di quello che serve al calcio italiano che, dopo l'umiliazione della mancata qualificazione al mondiale, ha sete di fatti per poter ripartire. Un compito che un esterno potrebbe essere in grado di assolvere meglio di chiunque altro.

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