Caso ultrà: un gesto di coraggio, un atto dovuto
Caso ultrà: un gesto di coraggio, un atto dovuto

Dieci anni di Daspo per alcuni dei 38 ultrà della Juventus coinvolti nell'inchiesta 'Last Banner'

Dieci anni di Daspo per alcuni dei 38 ultrà della Juventus coinvolti nell'inchiesta 'Last Banner': se è vero che il provvedimento preso dal Questore di Torino è destinato a sollevare clamori per la durata – è la prima volta che si arriva fino a dieci anni senza stadio – molto di più ci si deve aspettare dai procedimenti penali che riguardano i capi della Curva Sud finiti nella rete delle Forze dell'ordine con l'operazione scatta il 16 settembre. Sei dei quali sono attualmente in carcere.

In questi undici giorni, poco alla volta, sono emersi nuovi retroscena dell'indagine condotta dalla Digos e durata oltre un anno, alcuni dei quali assolutamente inquietanti. La Juventus è stata la prima società a ribellarsi al ricatto degli ultrà – anche se in realtà è il presidente laziale Claudio Lotito l'antesignano di questa 'rivolta' – accollandosi le conseguenze di una denuncia sicuramente impopolare. Un atto di coraggio, voluto e in parte dovuto, oltre che sollecitato dall'allora questore Messina con una missiva molto schietta al club bianconero. Quel “adesso basta” sbattuto in faccia ai dirigenti campioni d'Italia è stato così perentorio da innescare un meccanismo di protezione-espulsione che ha portato agli arresti di cui sopra.

Ora: nell'attesa che la giustizia faccia il suo corso, dopo l'azzeramento dei vertici ultrà è già partita la corsa al rimpiazzo. Cosa che la Digos sa perfettamente e che sta monitorando. Pure gli anni di Daspo, in fondo, sono un atto dovuto.

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