Calcio femminile, Serra: "Stipendi e più diritti per una svolta al movimento"
Calcio femminile, Serra: "Stipendi e più diritti per una svolta al movimento"

Nonostante il passaggio sotto la Figc le calciatrici italiane sono ancora delle atlete dilettanti che non percepiscono un salario vero e proprio

Le immagini delle giocatrici azzurre che ballano la macarena dopo la vittoria contro l'Australia ai Mondiali hanno aperto telegiornali, programmi tv e prime pagine dei quotidiani sportivi e non: l'Italia ha scoperto il calcio femminile. Venerdì le ragazze di Milena Bertolini affrontano la Giamaica nella seconda partita del girone, una vittoria vorrebbe dire mettere una seria ipoteca sulla qualificazione alla seconda fase. Sarà un altro pomeriggio di passione e di tifo scatenato sugli spalti e davanti alla tv. Un entusiasmo trascinante ma che rischia da qui a qualche mese di esaurirsi, facendo tornare Bonansea e compagne alle prese con le difficoltà e le criticità che questo movimento ancora ha al suo interno e di cui solo ora ci si sta rendendo conto. Meglio tardi che mai. Sì, perché in Italia di calcio femminile non si può vivere. Nonostante il passaggio sotto l'egida della Figc, infatti, le calciatrici italiane sono ancora delle atlete dilettanti che non percepiscono uno stipendio vero e proprio (c'è un tetto poco oltre i 30mila euro, sopra il quale non si può andare), non godono di alcuni diritti fondamentali dei lavoratori. Una battaglia che viene ancora prima di quella relativa a una minore differenza rispetto agli stipendi degli uomini (negli Usa le atlete della nazionale hanno addirittura fatto causa alla Federazione per vedersi riconosciute un ingaggio come quello dei maschi, ndr).

"Il calcio femminile in Italia e non solo ha faticato a trovare la sua dimensione e tuttora fatica. L'auspicio è che questo Mondiale dia a tutti la consapevolezza che è calcio, è sport e quindi bisogna mettere le giocatrici nelle condizioni di praticarlo come già succede in altre parti del mondo", ha spiegato a LaPresse Katia Serra, ex calciatrice, oggi commentatrice di Sky ma sopratutto responsabile del calcio femminile per l'Associazione italiana calciatori. "Siamo all'inizio di un percorso, questo Mondiale serviva a far capire che il calcio femminile deve diventare un lavoro e spingere le famiglie a fare iscrivere le bambine alle scuole calcio. I risultati della nazionale possono essere un bel biglietto da visita per questa prospettiva", ha aggiunto. Nel suo impegno prima da ex calciatrice e poi in seno all'Aic, Serra ha potuto toccare con mano le difficoltà per una ragazza che sogna di giocare a calcio da professionista. "Oggi di fatto questo non è un lavoro, anche se l'impegno che viene richiesto è tale. Essendo dilettanti, alle calciatrici non è garantito un salario minimo, non maturano una pensione e non hanno una tutela sanitaria", ha spiegato ancora l'ex giocatrice della Lazio.

"La Federazione e i club sono determinati, il passo successivo è dotare il calcio femminile di un organo di comando che prevede al suo interno differenti figure, dai club, alle giocatrici ad esperti di marketing e comunicazione. E' chiaro che non si può imitare il modello del calcio maschile, ma va pensato un sistema in una forma differente che tenga conto delle specificità del movimento femminile", ha dichiarato Serra. Per entrare più nello specifico, l'esperto di dritto sportivo Cesare Di Cintio ha spiegato a LaPresse che "oggi il rischio è che si riduca tutto ad una enorme bolla di sapone se non c'è una evoluzione normativa" a partire dal superamento della legge 91/1981 dedicata allo sport professionistico e che non riconosce questo status alle donne. "Se una atleta della Juve fa le stesse cose, perché Ronaldo deve avere un contratto di lavoro subordinato mentre l'atleta donna no?", si chiede Di Cintio. Per questo, arrivando alle stesse conclusioni di Serra, l'esperto ha ribadito la necessità "che i club si riuniscano per creare una Lega, con una governance, perché il campionato femminile oggi non produce valore e quindi non può produrre un aumento di ingaggi per le calciatrici e non riesce ad attrarre e mantenere le atlete più importanti". La strada è lunga, ma la via è ormai tracciata e indietro non si può più tornare.

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