Addio a Vicini, la contagiosa normalità di un ct che non voleva essere guru
Lutto nel mondo del calcio: l'ex ct della Nazionale scomparso a 84 anni a Brescia. Portò gli azzurri al terzo posto di Italia 90

"Con Azeglio era meglio": non era tanto un coro da stadio ma una specie di mantra che dalle curve si infilava fino in sala stampa. Perché Azeglio Vicini, con quella inconfondibile inflessione dialettale romagnola, era una persona di straordinario calore umano. Tutti gli volevano bene e lo apprezzavano, tifosi e giornalisti. Anche dopo il terzo posto ai Mondiali del 1990, quelli che si sono giocati in Italia e che hanno partorito una delusione nazionale. L'eliminazione con l'Argentina pesò come un macigno sulle ambizioni azzurre ma non sporcò l'immagine di quel ct fatto in casa, un uomo di buonsenso, l'esatto opposto di un guru del pallone, cioè di Arrigo Sacchi che ne rilevò la panchina e con il quale condivideva appena le stesse radici regionali.

Il signor Azeglio è stato calciatore di buon livello (tra Vicenza, Sampdoria e Brescia) ma ha fatto meglio come allenatore, prima di club (sempre a Brescia, poi Cesena, Udine) e dopo nella federazione. Gli piaceva lavorare con i ragazzi e, non a caso, si era legato a doppio filo alla Under 21, tra l'altro con la fortuna di trovare sulla sua strada Vialli, Mancini, Zenga, Giannini, Bergomi, insomma dei campionissimi. Per Vicini l'azzurro era tutto, forse di più: amava l'ambiente, la maglia, si sentiva un soldato del calcio italiano. Quando Enzo Bearzot lasciò l'incarico di ct, dopo l'esperienza infelice del 1986 in Messico, fisiologicamente il compito di guidare la Nazionale venne assegnato a lui, cesenate dalla battuta pronta, grande raccontatore di barzellette, occhiali da sole spesso calati sugli occhi, rigorosamente accompagnato dalla moglie Ines, una passione quasi maniacale per i numeri. Portava in tasca sempre un block notes sul quale appuntava partite, gol, nomi di giocatori da provare alla prima partita buona. Tre su tutti: Roberto Baggio, Totò Schillaci, Paolo Maldini. Un uomo di spirito: ripresosi da una caduta sulle scale, nel 2010, commentò: "Io l'ho sempre detto che sono in gamba". In gambissima.

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