Milano ha salutato Sandro Mazzola, leggenda della Grande Inter morto nella notte tra venerdì e sabato scorsi. I funerali si sono svolti oggi, lunedì 21 settembre, alle 14.45 nella basilica di Sant’Ambrogio del capoluogo lombardo.

Punti chiave
- Marotta: "Non cercò di essere l'ombra di suo padre, ma degno di lui"
- Feretro lascia S. Ambrogio, tifosi recitano formazione Grande Inter
- Il saluto di Moratti: "Grazie per eredità che ci lasci"
- Abate S. Ambrogio: "Era campione di umanità, ha dato prestigio a Milano"
- Bergomi: "Era campione di tutti, con lui firmai primo contratto"
- Malagò: "Grazie Sandro, è anche con te che ci siamo innamorati del calcio"
- Il feretro è arrivato a Sant'Ambrogio, accolto da applausi. Presenti Malagò, Simonelli e il sindaco Sala
- Applausi per la delegazione Juve con Carnevali e Massara
- Marotta: "Addio a una leggenda dell'Inter, preservare la sua memoria"
- Mancini: "Cordoglio per la scomparsa di un mito del calcio"
“Cari Ilaria, Valentina, Alessandro e Paolo: mi rivolgo a voi, nel ringraziarvi per avermi permesso in questa occasione di poter ricordare il vostro amato papà. Mi emoziona molto essere qui con tutti voi e con tutti coloro che non hanno potuto prendere parte alla cerimonia: siamo tantissimi, a testimoniare l’affetto che tutti noi abbiamo sempre avuto per Sandro e la sua famiglia. Sandro Mazzola è entrato in questa casa nerazzurra da ragazzo e ha scelto di restarci per sempre, e in questa scelta c’è una vita intera. Diciassette stagioni, una sola maglia, in un calcio che già allora offriva mille strade. E lo fece perché aveva capito una cosa oggi quasi rara: l’appartenenza non è una catena, ma una forma di libertà. Una scelta che non finì con l’ultima partita quando appese gli scarpini al chiodo, perché Sandro non lasciò mai l’Inter. Restò, come dirigente, a servire questi colori con lo stesso spirito con cui li aveva difesi in campo. Aveva sei anni quando Superga gli portò via il padre, Valentino, capitano del Grande Torino, un nome pesante come una montagna. Sandro lo portò con sé con fierezza, senza farne mai un alibi, e trasformò quel peso e quella perdita in una promessa. Non cercò di essere l’ombra di suo padre, ma di essere degno di lui, e ci riuscì nel modo più bello: diventando se stesso”. Cosi il presidente dell’Inter Beppe Marotta ricorda Sandro Mazzola al termine del funerale nella basilica di Sant’Ambrogio. “Quando il Presidente Angelo Moratti gli consegnò il primo stipendio da calciatore, Sandro lo portò a mamma Emilia. Lei guardò quella cifra e non ci credette: ‘Sono tanti soldi, si sono sbagliati’. Sandro era cresciuto così, dando alle cose il peso dei sacrifici, e forse per questo non ha mai smesso di sentire il calcio come un dono. Con la maglia nerazzurra scrisse pagine indelebili: fu protagonista della Grande Inter di Helenio Herrera e del Presidente Angelo Moratti. Conquistò quattro Scudetti, due Coppe dei Campioni e due Coppe Intercontinentali. Nella finale di Vienna del 1964 firmò una doppietta contro il Real Madrid, e l’Inter salì sul tetto d’Europa. Quella squadra non vinceva soltanto: cambiava la storia del calcio, e lui ne era il volto e il talento. Ma la forza più vera di quell’Inter non stava solo nei trofei, stava nel legame che il Presidente Angelo Moratti aveva saputo creare: prima ancora di essere campioni, erano una famiglia, uomini uniti da qualcosa di più grande di ciascuno di loro. Sandro lo sapeva. Non giocava per sé, ma per i compagni, per quella maglia, per quella casa”, ha aggiunto.
“Nella sua Inter il noi veniva sempre prima dell’io, e vincere significava, prima di tutto, essere squadra. Eppure Sandro non si lasciava racchiudere in numeri e ruoli. Era nove senza essere centravanti, otto senza essere centrocampista: ai ruoli preferiva il talento, agli schemi la fantasia. Non aveva il fisico del fuoriclasse – ha detto Marotta – né la postura: come è stato scritto in questi giorni, era un prodigio che la logica non sa spiegare. Un mingherlino che ci faceva sentire campioni. E accanto al fuoriclasse c’era l’uomo, tenace e dignitoso, capace di battersi per i compagni e di non abbassare mai lo sguardo. Fu un rivale leale. Aveva vent’anni quando, il 24 febbraio 1963, giocò il suo primo derby contro il Milan: segnò dopo tredici secondi. Da allora il derby fu la sua sfida più bella, con un rivale che divenne un amico: penso all’amicizia con Gianni Rivera, che sapeva di sfida e di rispetto. In azzurro vinse l’Europeo del 1968 e fu finalista al Mondiale del 1970: settanta presenze, ventidue gol. E fu soprattutto un uomo umile”.
“Nel 2024, quando l’Inter conquistò la Seconda Stella, Sandro aveva più di ottant’anni e una storia che avrebbe potuto bastargli per sempre. Eppure visse la notte del derby del 22 aprile 2024, quella che diede all’Inter lo Scudetto, da tifoso, come uno di noi e ne parlò al plurale: eravamo stati i primi a portare la Stella a Milano, ed eravamo i primi a conquistare la Seconda. Il giorno dopo disse: -Sento il cuore che batte forte, quella maglia adesso ha ancora più colore’. Un uomo che ha vinto tutto e si emozionava ancora come un ragazzo, è questo il segreto della sua grandezza. A maggio tornò sul prato di San Siro, insieme ai suoi compagni della Prima Stella, Gianfranco Bedin, Renato Cappellini e Aristide Guarneri e il popolo nerazzurro lo accolse come si accoglie un pezzo di casa” ha proseguito Marotta. “A novembre festeggiammo insieme i suoi ottantadue anni, con tante vecchie glorie attorno a un tavolo. Fu una giornata semplice, in cui Sandro non era il monumento, ma uno di famiglia. E solo chi ha davvero scritto la storia sa tornare in mezzo alla gente con tanta semplicità. Sandro ci lascia tre eredità che nessuna classifica registra: la lealtà di una sola maglia, il coraggio di trasformare il dolore in forza, l’umiltà di chi non si è mai sentito un monumento. È questo che fa di un campione una bandiera, e Sandro lo è, e lo sarà per sempre”.
“Ed è qui che sento, come Presidente, il peso e la bellezza di un dovere: il mio e quello di tutti i dirigenti di questo Club. Custodire la memoria e trasmetterla. Perché, come scriveva Cicerone, la vita dei morti è riposta nella memoria dei vivi, e un Club non è grande per i trofei che conserva, ma per ciò che riesce a tramandare; un Club è tanto più grande quanto più sa far vivere il proprio passato dentro il proprio futuro. Per questo, ai ragazzi del nostro settore giovanile non dovremo mai insegnare soltanto a giocare a calcio. Dovremo raccontare loro di uomini come Sandro. Perché la memoria non è polvere da museo: è una lezione che cammina. Da Sandro dovranno imparare l’umiltà di chi non si sente mai arrivato, il rispetto per i compagni e per gli avversari, il sacrificio che precede ogni gioia, la cultura del lavoro, e l’appartenenza a questi colori, che non si indossano soltanto, si portano dentro. I campioni passano, gli esempi restano. E finché un ragazzo, indossando questa maglia, si ricorderà di Sandro, Sandro non se ne sarà mai andato. E i suoi valori vivranno in ognuno di loro, ogni volta che entreranno in campo con questi colori. Alla sua famiglia dico: il vostro dolore è anche il nostro, e il nostro affetto non vi mancherà mai. Perché certi uomini non finiscono, ma restano nelle notti di San Siro, nelle voci dei padri che raccontano ai figli, in ogni ragazzo che indossa questi colori sognando di non lasciarli mai più. Grazie Sandro per averci insegnato tanto e regalato tutto. Per sempre nostra Bandiera”, ha concluso Marotta.
Applausi scroscianti all’uscita del feretro di Sandro Mazzola dalla basilica di Sant’Ambrogio, a Milano, al termine dei funerali della leggenda nerazzurra scomparsa all’età di 83 anni. “Uno di noi, Sandro uno di noi” il coro intonato da centinaia di tifosi che sono rimasti all’esterno della chiesa durante tutta la cerimonia funebre. L’omaggio più sentito e toccante da parte dei tifosi nerazzurri è stato quando hanno recitato a gran voce la formazione-filastrocca della leggendaria Grande Inter di Helenio Herrera degli anni Sessanta: Sarti, Burgnich, Facchetti, Bedin, Guarneri, Picchi, Jair, Mazzola, Peirò, Suarez, Corso. Al nome di Mazzola un altro grande applauso del popolo nerazzurro, per l’ultimo saluto alla leggenda del club.
“Ciao Sandro grazie per l’ eredità che ci lasci, per il ricordo del tuo stile, della determinazione, caparbietà. Grazie per i gol bellissimi che ci hanno fatto gioire”. Cosi l’ex presidente dell’Inter Massimo Moratti in una lettera letta da monsignor Carlo Faccendini, abate della Basilica di Sant’Ambrogio, durante il funerali di Sandro Mazzola. “Raggiungi i campioni della grande Inter del cui prestigio godiamo ancora adesso. Troverai la pace dopo una vita tanto intensa e noi non ti scorderemo mai. Un bacio Massimo Moratti”, ha aggiunto.
Sandro Mazzola “è diventato un campione di umanità che lo ha reso amabile e apprezzato da tutti”. Così monsignor Carlo Faccendini, abate della Basilica di Sant’Ambrogio, durante l’omelia dei funerali della bandiera dell’Inter Sandro Mazzola.
“Questo è il santuario di sant’Ambrogio e dei milanesi. Qui i milanesi ritrovano le radici religiose e civili. Milano e i milanesi dicono grazie a lui che ha dato prestigio alla città. È l’occasione per dire grazie e riconoscersi in un uomo e nei suoi valori”, ha aggiunto.
“Non è solo un grande gesto di amore e solidarietà ma anche un gesto di fede. In un’intervista ha raccontato di un incontro con Padre Pio insieme ad Armando Picchi, un racconto di freschezza e straordinarietà. Da quel momento Mazzola ha iniziato a pregare in ginocchio, una fede fresca e genuina”, ha ricordato ancora il monsignore nel ripercorre la vita di Mazzola dall’”infanzia rattristata dalla perdita del padre, i primi calci qui vicino poi il rapporto fortissimo con l’Inter che per lui e stata come una mamma”. “È diventato un campione, i trofei e la staffetta con Rivera…con una umanità che lo ha reso amabile e apprezzato da tutti. Ha avuto un fortissimo attaccamento alla famiglia che ha dato un grande equilibrio a Sandro – ha concluso – per affrontare la stagione difficilissima della malattia in modo sereno. Oggi giunti al fischio finale consegniamo Sandro all’abbraccio del Signore”.
“È stata una persona per me importante, ha spinto per il mio esordio con Bersellini ed è stato quello che mi ha fatto il mio primo contratto e ha seguito tutto il mio percorso. Ma quello che mi piace sempre sottolineare di Sandro è che non era mai stata una persona divisiva, nonostante fosse la leggenda dell’Inter. È stato veramente un grande campione”. Cosi Beppe Bergomi, leggenda dell’Inter, arrivando alla Basilica di Sant’Ambrogio per i funerali di Sandro Mazzola, ricorda il campione scomparso. “Sono quei campioni che non rappresentano una bandiera, ma sono campioni di tutti”, ha aggiunto.
“Ricordo quando ero al mare, avevo dieci anni, per Italia-Germania 4-3, un piccolo televisore, ci siamo innamorati di quell’Italia e del calcio. Grazie Sandro”. Cosi il presidente della Figc, Giovanni Malagò, arrivando alla Basilica di Sant’Ambrogio per i funerali di Sandro Mazzola, ricorda il campione scomparso.
Il feretro di Sandro Mazzola è arrivato davanti alla basilica di Sant’Ambrogio, a Milano, dove si svolgeranno i funerali. La leggenda nerazzurra è mancata sabato all’età di 83 anni. L’auto con la bara, composta con un mazzo di rose bianche, è stata accolta da un lungo applauso e un coro “Grazie capitano”. Poco prima sono arrivati anche il vicepresidente dell’Inter Javier Zanetti con la moglie, il presidente della Figc Giovanni Malagò con il presidente della Lega Serie A Ezio Simonelli, il presidente del Milan Paolo Scaroni con Daniele Massaro, il presidente del Torino Urbano Cairo, l’ad della Juve Giovanni Carnevali con il ds Riky Massara.
All’interno della basilica presente anche il sindaco di Milano, Giuseppe Sala. La cerimonia funebre è celebrata da monsignor Faccendini, abate della basilica di Sant’Ambrogio.
La delegazione della Juventus, composta dall’ad Giovanni Carnevali e il ds Riky Massara, è stata accolta dagli applausi all’arrivo alla basilica di Sant’Ambrogio, a Milano, per i funerali di Sandro Mazzola. Un gesto di sportività all’indomani del gesto di parte della curva juventina che si era voltato durante il minuto di raccoglimento prima di Juventus-Atalanta. Il club bianconero ieri sera si era dissociato dal gesto di parte dei suoi tifosi.
“Una leggenda che se ne va. Un personaggio che ha generato tante emozioni. E’ un dovere preservare la memoria e i valori che questa memoria contengono e che dobbiamo trasmettere ai nostri ragazzi, anche del nostro settore giovanile”. Cosi’ il presidente dell’Inter Beppe Marotta arrivando alla basilica di Sant’Ambrogio per i funerali di Sandro Mazzola, leggenda dell’Inter scomparso sabato all’età di 83 anni. “Sandro ha impersonificato questi valori che sono molto importanti per la vita futura dei nostri ragazzi”, ha aggiunto.
“Volevo unirmi al cordoglio di tutta l’Italia sportiva per la scomparsa di un mito come Sandro Mazzola”. Così Roberto Mancini, oggi al centro tecnico federale di Coverciano a Firenze, dove il ct inizia la sua seconda avventura sulla panchina azzurra preparando i quattro impegni di Nations League, il 25 a Roma con il Belgio, poi il 28 a Bursa contro la Turchia, il 2 ottobre a Parigi contro la Francia, chiusura il 5 a Bologna per il ritorno con i turchi.
Sono tanti i tifosi dell’Inter, con bandiere e magliette nerazzurra, presenti davanti alla Basilica di Sant’Ambrogio, dove sono in programma a breve i funerali di Sandro Mazzola.

