I grandi eventi sportivi, in particolare i Mondiali di calcio, non sono mai slegati dalle dinamiche geopolitiche. L’edizione dei Mondiali 2026 non fa eccezione, come dimostrano le polemiche legate alla stretta selezione dei visti d’ingresso decisa da parte degli Stati Uniti nei confronti di tifosi di molte squadre partecipanti, “per fare in modo che nel nostro Paese entri la gente giusta”, come sottolineato dal presidente Donald Trump nel suo tentativo di legare la sua dura gestione dell’immigrazione all’evento sportivo. Selezione che ha coinvolto anche un arbitro, il somalo Omar Artan, a cui è stato vietato l’ingresso nel Paese. Ma la Coppa del Mondo 2026 prende il via mentre è in corso il conflitto tra Israele, Usa e Iran, vedendo sia la selezione di Washington che quella di Teheran pronte al via della competizione: con l’ipotesi che possa anche proporsi una suggestiva sfida tra le nazionali allenate da Mauricio Pochettino e Amir Ghalenoei.
L’evento potrebbe verificarsi il 3 luglio, in territorio statunitense, al Dallas Stadium di Arlington, in Texas, nell’ambito dei sedicesimi di finale del torneo. Per accadere, gli Stati Uniti e l’Iran dovrebbero arrivare al secondo posto nei propri gironi. Una situazione difficile ma non impossibile, considerando che il girone D, quello degli Stati Uniti, vede ai blocchi di partenza la Turchia come principale forza e Paraguay e Australia squadre sicuramente alla portata della formazione statunitense. Mentre quello dell’Iran, il gruppo G, vede l’Egitto e la Nuova Zelanda dietro al favorito Belgio. Probabilmente sarà la sfida con l’Egitto, dotata di talenti come Salah e Marmoush, quella decisiva per capire se Iran e Stati Uniti si affronteranno veramente. Un precedente ai Mondiali già c’è: risale al 21 giugno 1998, Mondiali di Francia, quando la selezione iraniana riuscì a superare per 2-1 la squadra Usa in un contesto storico che in quel particolare momento era senza dubbio meno carico di tensioni tra i due Paesi di quello attuale.
Nel 1997 in Iran era infatti salito al potere Mohammed Khatami, esponente ‘riformista’, determinato a migliorare le relazioni con l’Occidente uscito da pochi anni vincitore dalla Guerra Fredda. I giocatori iraniani, con un gesto distensivo, si presentarono in campo con una rosa bianca in mano, offerta ai giocatori statunitensi. I quali si diressero per primi verso i giocatori del ‘Team Melli‘ per stringergli la mano. Una situazione dunque decisamente diversa da quella di oggi, con gli Stati Uniti che hanno prima rifiutato il visto ad alcuni membri della delegazione iraniana e poi revocato l’assegnazione alla Federazione calcistica di Teheran della quota dei biglietti destinata ai tifosi della nazionale asiatica. E in cui, con simili pressioni politiche alle spalle, i giocatori difficilmente replicherebbero i gesti di ‘fair play’ avvenuti in quella serata del 1998. Insomma, un eventuale incrocio Usa-Iran sarebbe molto più di una semplice partita: ma un vero evento simbolico all’interno della ‘guerra vera’ che difficilmente si interromperà in tempi brevi.

